Data center, in Italia investimenti potenziali per 37 miliardi di euro

L’associazione Ida chiede regole nazionali certe per trasformare i progetti in cantieri. Milano prima e Roma segue, l’80% delle superfici in aree già urbanizzate o dismesse

Trentasette miliardi di euro potenziali, una domanda spinta dall’intelligenza artificiale e un ostacolo che gli operatori mettono davanti a tutti: la certezza delle regole. Per i data center italiani la partita si gioca sulla capacità di trasformare gli annunci in infrastrutture operative. La ricerca di mercato 2026 di Ida, l’associazione dei costruttori e operatori, presentata al Data Center Symposium di Roma, quantifica in circa 37 miliardi gli investimenti infrastrutturali cumulati possibili tra il 2026 e il 2036. Una stima legata alla piena attivazione dei progetti qualificati, con previsioni che dipendono dall’energia disponibile, dalle connessioni alla rete, da autorizzazioni, competenze e siti idonei.

Il punto di partenza è una capacità informatica installata a fine 2025 di circa 760 megawatt: 460 commerciali e 300 nei centri delle imprese. Per il mercato commerciale la traiettoria indica 2-2,3 gigawatt entro il 2031.

Ma il portafoglio dei progetti va letto distinguendo le fasi: dei 1.839 MW qualificati, 230 sono in costruzione, 673 in sviluppo e 936 in fase preliminare. Più della metà della capacità futura identificata è dunque ancora nella parte meno matura del percorso. I megawatt censiti misurano dunque un’opportunità industriale, non un calendario certo di accensione. La crescita dipende anche dalla capacità di coordinare reti elettriche e sviluppo dei progetti.

È qui che si inserisce la richiesta del presidente di Ida, Luca Beltramino: «Gli ostacoli sono soprattutto di tipo normativo. Secondo noi, secondo Ida, sarebbe molto interessante se a livello di Paese avessimo una normativa riguardo i data center molto chiara, che desse certezze alle regole nazionali, che copra tutta la nazione». Le Regioni hanno già cominciato a legiferare. Per l’associazione serve una cornice nazionale entro cui lasciare alle discipline regionali i dettagli legati alle esigenze locali.

Dal Governo arriva il riconoscimento della dimensione strategica del settore. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, sottolinea: «Oltre 7 miliardi di euro sono già stati investiti e altri 25 miliardi sono stati annunciati per i prossimi anni». Numeri riferiti dal ministro, distinti dalla proiezione decennale della ricerca. Urso rilancia anche Palermo come sede dell’agenzia europea per la sicurezza dei cavi sottomarini nel Mediterraneo: «Auspichiamo che sia Palermo la sede». Per il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, quella dei data center «è una questione di centralità digitale, ma significa dotarsi di infrastrutture che ci portano ad avere investimenti strategici nel settore digitale».

A sostenere le aspettative è soprattutto l’AI: 53 degli 80 rispondenti alla rilevazione Ida indicano intelligenza artificiale, processori grafici e infrastrutture ad alta densità tra i fattori di crescita.

La geografia si allarga oltre Milano, con Roma secondo polo e opportunità nei corridoi industriali del Nord e nei nodi mediterranei. La ricerca individua 13 aree e corridoi strategici: la vicinanza alle imprese e la connettività internazionale diventano leve per distribuire gli investimenti.

Il valore economico si estende poi all’occupazione. Entro il 2036 lo scenario, rileva l’indagine Ida, potrebbe sostenere circa 26mila addetti equivalenti a tempo pieno ricorrenti: 11.900 diretti, 11mila indiretti e 3mila indotti.

Non è tutto rose e fiori però. La maggioranza delle imprese rispondenti alla survey segnala la scarsità di profili specializzati come uno dei problemi che rischia fortemente di bloccare lo sviluppo futuro: senza tecnici, anche il capitale disponibile rischia di fermarsi prima dell’entrata in esercizio.

Il confronto con i territori completa il quadro. L’80% delle superfici dei progetti analizzati interessa aree già urbanizzate o dismesse e il restante 20% aree non precedentemente urbanizzate. Il riuso limita il consumo di nuovo suolo, ma restano da affrontare energia, acqua e raffreddamento. Lo studio stima inoltre 67 miliardi di hardware potenzialmente ospitato, una grandezza distinta dagli investimenti infrastrutturali, e un valore aggiunto operativo diretto vicino a 3,9 miliardi annui nel 2036. Il passaggio decisivo sarà rendere realizzabili quei progetti e trattenere in Italia competenze e ricadute economiche.

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