Data center, la controversa frontiera sotto i mari

Gli impianti tagliano i consumi ma pongono altri problemi di sostenibilità. Ma la ricerca avanza

Palloni galleggianti alimentati dall’energia delle onde, cilindri sottomarini o piattaforme offshore caricate dal vento, tra Stati Uniti e mare del Nord. Sono alcune delle soluzioni alternative che celano le macchine destinate a sostenere l’economia del futuro, nel tentativo di renderla più sostenibile. Ma oggi è la Cina a guidare la corsa all’utilizzo degli oceani per ridurre l’impatto dell’intelligenza artificiale sul pianeta.

La domanda cresce a ritmi vertiginosi. Nel 2025 i data center per l’AI hanno consumato quasi 450 TWh nel mondo, una quantità che, secondo le stime, potrebbe raddoppiare entro cinque anni. Solo in Italia, Terna ha registrato richieste di connessione alla rete elettrica per 95,38 gigawatt a metà agosto di quest’anno. Cinque anni fa i volumi si aggiravano attorno a un gigawatt. Il calore necessario a produrre potenza di calcolo, insieme all’impatto in termini di occupazione di suolo, impone soluzioni più sostenibili, anche alla luce delle proteste crescenti che hanno raggiunto anche l’Italia.

Ad aprire l’era dello sfruttamento commerciale dei mari è la cinese HiCloud, che ha avviato a giugno l’operatività del primo data center sottomarino al mondo. Con un investimento di 225 milioni di dollari, la struttura, al largo dell’isola di Hainan, utilizza l’acqua per il raffreddamento, riducendo di un terzo il consumo energetico, e sfrutta un parco eolico offshore da 24 MW, ospitando quasi 2mila server con un power usage effectiveness (Pue) inferiore a 1,15, dove 1,0 rappresenta l’efficienza teorica perfetta.

L’idea di mettere i data center sott’acqua non è nuova. Microsoft aveva già sperimentato l’immersione di container al largo della Scozia tra il 2018 e il 2020: i risultati erano stati promettenti, ma il progetto si era fermato anche per le incertezze regolatorie.

I progetti sottomarini continuano infatti a scontrarsi con difficoltà legate alla manutenzione, che richiede l’emersione delle strutture, e con interrogativi pesanti sugli effetti ambientali per mari e oceani. Nelle acque attorno all’impianto cinese si è registrato un aumento della temperatura di quasi un grado, in un ecosistema già messo sotto pressione dal riscaldamento record degli oceani, con effetti sull’acidità e sull’ossigenazione delle acque e conseguenze potenzialmente gravi per l’ambiente marino.

Se l’oceano può rappresentare la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, rischia così di diventare anche un nuovo fronte di conflitto ambientale. La ricerca però prosegue senza sosta sull’altra sponda del Pacifico. Panthalassa, startup finanziata tra gli altri da Peter Thiel, sperimenta moduli galleggianti alimentati dall’energia delle onde, anche se i costi restano ancora elevati. Aikido Technologies, di San Francisco, ha invece sviluppato un sistema ibrido che integra turbina eolica, accumulo energetico e infrastruttura digitale in un’unica piattaforma galleggiante, con un prototipo da 100 kW in Norvegia. I data center sono alloggiati nelle gambe sommerse della struttura, a circa 20 metri di profondità.

La pioniera del settore, Subsea Cloud, utilizza invece una soluzione diversa rispetto a Microsoft, con capsule a pressione equalizzata e immersione in liquido, sostenendo di poter installare 1 MW di capacità con un costo fino al 90% inferiore rispetto a un analogo impianto terrestre.

L’Europa gioca una sua partita sul fronte dello sviluppo sostenibile della potenza di calcolo, puntando soprattutto sui Paesi nordici. Il costo annuale per megawatt in Norvegia si aggira intorno ai 300mila euro, contro circa 1,5 milioni in Italia. Le basse temperature medie e l’abbondanza di energia idroelettrica rinnovabile portano il Pue a 1,1 rispetto all’1,3 tipico dell’Europa meridionale, secondo le stime di Fiorenzo Manganiello, founder di Polar Dc, startup che dal mining di bitcoin si sta spostando ai data center.

Ma l’Europa meridionale non è tagliata fuori. La penisola iberica sta emergendo come polo alternativo grazie al fotovoltaico a costi competitivi. E l’Italia, secondo Manganiello, ha un’opportunità specifica nell’inferenza AI, la fase di esecuzione dei modelli che richiede bassa latenza. Si può immaginare una rete distribuita di piccoli data center da 2-5 MW, con un approccio che migliora la resilienza, riduce la dipendenza da infrastrutture concentrate e potrebbe sfruttare siti industriali dismessi con connessioni elettriche già disponibili. In quest’ottica Manganiello sta lavorando a uno spinoff focalizzato all’installazione di piccoli centri dedicata all’inferenza AI nel Sud della Penisola.

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