Data center, la miniera trentina per fronteggiare l’effetto nimby

Il vero obiettivo delle proteste negli Usa è lo strapotere di big tech rispetto alle istituzioni democratiche

South Memphis è uno storico teatro di conflitti sociali, non lontano dal luogo in cui fu assassinato Martin Luther King. Molto lontano, da ogni punto di vista, dalla Val di Non, la tranquilla valle trentina nota per i suoi meleti. A Memphis, xAI di Elon Musk ha installato “Colossus”, un gigantesco data center per l’addestramento del IA. Sotto i meleti del Trentino, nelle gallerie di una miniera, convivono invece forme di stagionatura di formaggi, bottiglie di vino e i server del primo data center europeo costruito in una cava attiva. Nessun consumo di suolo, raffreddamento naturale, zero prelievo idrico, protezione sismica ed elettromagnetica garantita da milioni di metri cubi di roccia. Uno dei più riusciti esempi di data center invisibile e neutrale dal punto di vista comunitario e ambientale. Una sperimentazione importante in un momento in cui dilagano le proteste contro la rapidissima diffusione dei data center: un progetto anti-nimby quasi perfetto.

Il termine nimby, così come il suo omologo woke, svolge storicamente una funzione politica chiarissima, fin da quando Nicholas Ridley, ministro inglese conservatore, lo usò per bollare i gruppi che si opponevano ai progetti di espansione edilizia nelle campagne, con accezione negativa e accusatoria. Esattamente come il termine woke, che, da marcatore di consapevolezza afroamericana sul razzismo strutturale, vide nel tempo il suo significato capovolto di segno soprattutto da media, politici e commentatori conservatori. Fino al paradosso odierno, per cui la destra conservatrice e la sinistra cosiddetta progressista si trovano alleate nell’uso dei due termini in senso dispregiativo per denigrare forme di dissenso e opposizione che, in verità, riguardano questioni strutturali di eguaglianza ed equità e non interessi particolaristici o egoistici.

Accettare che i fenomeni di opposizione ai data center vengano relegati a manifestazioni di interessi localistici, appunto di natura nimby, significa cadere nella trappola di una propaganda trivialmente sviluppista, spostando l’attenzione da elementi strutturali e legittimi di giustizia sociale alla grettezza dei microinteressi.

L’esperimento trentino, proprio perché costruito per essere a prova di Nimby, è utile ad isolare un secondo livello di conflitto, distinto dal primo e destinato probabilmente a diventare quello dominante, come dimostra il cambiamento di pelle di molte delle recenti proteste: il data center non più come problema di vicinato, ma come rappresentazione fisica del potere di poche aziende tecnologiche. Non conta più dove sorge o quanta acqua consuma, ma cos’è: l’unico punto tangibile su cui si può indirizzare una protesta contro un fenomeno — la concentrazione di capitale e potere decisionale nelle mani di poche piattaforme — che altrimenti resterebbe del tutto astratto. Non per caso, un’esperta di antitrust come Zephyr Teachout parla dell’opposizione ai data center come unica possibilità di leva negoziale per un’IA più democratica, così come fanno Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez sul piano istituzionale.

Sarebbe un errore ridurre le proteste a fenomeni locali e antisviluppisti. La questione, nella sua giusta prospettiva, riguarda il fatto che l’opposizione a questi snodi cruciali per lo sviluppo dell’IA rappresenta l’unica opportunità a disposizione dei cittadini per contrastare una deriva di strapotere tecnologico fortemente aggressiva rispetto alle istituzioni democratiche, l’unica e ultima finestra di possibilità attraverso cui i cittadini potranno dire la loro sui fini e gli scopi del progresso tecnico ed economico. La miniera trentina non è un paradigma, ma una piccola testimonianza che, con creatività e innovazione, la dimensione nimby del problema si può affrontare. Molto più complessa è la dimensione iconoclasta e strutturalmente antagonista delle proteste contro Colossus a Memphis. Di questo dovrebbero occuparsi gli innovatori sociali e tutti coloro che oggi si definiscono progressisti.

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