All’Avon Theatre di Stratford il pranzo domenicale di Sabato, domenica e lunedì, per la regia di Antoni Cimolino
In questi giorni, un denso odore di ragù attraversa l’Avon Theatre di Stratford. Si tratta del pranzo domenicale di Sabato, domenica e lunedì, la commedia di Eduardo De Filippo scelta da Antoni Cimolino per la sua ultima regia da direttore artistico dello Stratford Festival.
Da aprile a ottobre, questa cittadina dell’Ontario a un paio d’ore da Toronto si trasforma nella capitale teatrale canadese. Il Festival, tra le maggiori istituzioni di repertorio del Nord America, attira oltre quattrocentomila spettatori l’anno, con una programmazione incentrata sul canone shakespeariano e una storia segnata da interpreti del calibro di Alec Guinness, Christopher Plummer e Maggie Smith. De Filippo attraversa dunque l’oceano su una sorta di jet privato, approdando a uno degli appuntamenti centrali della vita teatrale del Paese.
Eppure il suo nome non è affatto nuovo su queste tavole. Negli ultimi trent’anni Cimolino, regista italocanadese, ha lavorato con ostinazione per includerlo nel repertorio della compagnia. Lo definisce «il Cechov italiano», ritenendolo un autore «indispensabile al repertorio di qualsiasi compagnia che pretenda di rappresentare i classici del mondo». Portarlo a Stratford significa anche allargare una tradizione storicamente dominata, nelle sue parole, da «una prospettiva molto anglofona, con l’aggiunta di Molière».
Tradurre Eduardo, però, e rendere tangibile il suo mondo a un pubblico canadese non è semplice. Sabato, domenica e lunedì affonda per di più in un’Italia ormai lontana. «Queste situazioni domestiche vengono da un mondo precedente all’aborto legale, alla pillola e persino al divorzio in Italia», osserva Cimolino.
Siamo nella Napoli del 1959. Sul fondo dell’Avon, lo scenografo Douglas Paraschuk ha ricreato un Vesuvio ceruleo dietro l’ampia cucina di casa Priore. Peppino è divorato dal sospetto che la moglie Donna Rosa abbia una relazione con il vicino Luigi Ianniello. Intorno alla sua gelosia si ammassa un’intera famiglia: figli, nonni, parenti, vicini, amici, e qua e là lampi protofemministi. Eduardo costruisce un concerto polifonico di diciassette personaggi. «È come un pezzo orchestrale», spiega Cimolino. «Ci sono diversi strumenti e ciascuno ha la propria funzione tematica».
Nella produzione canadese, quella vivacità prende forma in un ritmo incalzante di sincopi, strilli e bruschi cambi di tono senza scivolare mai nella farsa. Ne emerge un ritratto affettuoso, quasi da cartolina, del Paese del buon cibo e della bella vita.
A restituirne l’atmosfera — al di là di un cast di prim’ordine, incluso Gordon S. Miller, qui Luigi Ianniello e già Calogero nella Grande magia del 2023 — è soprattutto la lingua. Cimolino ha lavorato con Donato Santeramo, professore alla Queen’s University, a una nuova traduzione inglese che conserva struttura sintattica e ritmo mentale dell’originale senza suonare artificiosa. Restano piccoli intercalari — Signora, buon appetito — che ancorano il testo alla sua italianità.
Dove, d’altronde, potrebbe sembrare naturale un testo che passa i primi cinque minuti con Donna Rosa a spiegare alla cameriera come tagliare la cipolla? Solo in Italia, solo a Napoli. Eppure quell’italianità, a Stratford, assume forme diverse: cambia lingua ed etnie, senza per questo diventare meno riconoscibile.
I corpi che abitano quel paesaggio appartengono infatti al Canada contemporaneo. Cimolino ricorre a un casting colour-conscious: non pretende una corrispondenza etnica tra attori e personaggi, purché i legami familiari risultino credibili. È una scelta quasi naturale in un Paese largamente plasmato dall’immigrazione (e in cui il 4,3 per cento della popolazione dichiara origini italiane, dati Statistics Canada).
Spesso universalizzare un classico significa sospenderlo in un vuoto atemporale e ageografico. Qui accade il contrario: l’opera si apre ai corpi plurali del Canada di oggi, mentre la Napoli del 1959 resta nitida nei suoi codici sociali e nei suoi rituali. Quando l’intera famiglia si siede a tavola, le luci si stringono e un mandolino accompagna la scena. Il pranzo domenicale diventa l’idillio nostalgico che richiama la grande tavolata di Roma di Federico Fellini.
Forse è proprio qui che Eduardo arriva più lontano: nel mostrare quante forme diverse possa assumere una napoletanità senza smettere di essere tale. La sera della prima, durante l’intervallo, il bar del teatro distribuiva coppette di ragù vegetariano con del pane per fare la scarpetta. Non proprio Napoli, ma il profumo nell’aria ha un tocco familiare.
Articolo precedente
Bagnoli, l’America’s Cup accelera i lavori. Speso il 45% delle risorse stanziate

