Debito in crescita anche nel 2027 (138,5%). Giorgetti: serve prudenza

Via libera al Dpfp e alla relazione sullo scostamento da 29 miliardi che spinge il deficit al 3,4% l’anno prossimo e al 3,3% nel 2028. Il ministro: «Contesto cambiato, serve più attenzione» sulla manovra

L’extradeficit della clausola sulle spese per energia e difesa si aggiunge al peso di cassa del Superbonus, e rimanda di un altro anno il ritorno a un debito in discesa nel suo rapporto rispetto al Pil. Il peso del passivo, al contrario di quel che era stato previsto nel Documento di finanza pubblica di primavera, crescerà infatti, di quattro decimali, anche nel 2027, quando arriverà al 138,5%, prima di cambiare direzione e ridursi al 137,9%, spenta l’eredità dei crediti d’imposta edilizi, e al 136,6% nei due anni successivi.
È questa la notizia principale arrivata ai mercati dopo il consiglio dei ministri che ieri sera ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) e la relazione sullo scostamento. E proprio con un occhio ai listini obbligazionari reduci da una settimana agitata Giancarlo Giorgetti, nella conferenza stampa dopo la riunione di Governo, torna a spargere ampie dosi di prudenza.

Tocca infatti interamente al ministro dell’Economia il compito di illustrare i connotati di un «contesto particolarmente complesso», che rende «sempre più complicato» sia «fare previsioni» sia «tenere i percorsi di finanza pubblica». E su questi presupposti, Giorgetti mette a verbale l’esigenza di «un approccio più prudente rispetto alle cose annunciate», e riportate sui giornali nella griglia di promesse e anticipazioni dell’ultima manovra prima delle elezioni; perché lo scenario scosso da inflazione e vendite dei bond governativi a livello globale «richiede maggiore attenzione». A Bruxelles si possono infatti negoziare scorpori e criteri di calcolo, ma agli investitori interessano le cifre complessive e la direzione di marcia: su cui peraltro pesa una variabile non marginale perché il 2028, con i suoi saldi in discesa, è affidato alla maggioranza che uscirà da voto.

Anche alla luce del confronto con la Commissione, come da attese della vigilia l’attivazione della clausola è parziale, 29 miliardi e non 36, con la rinuncia (temporanea, spera il ministro Crosetto che pure chiarisce di «comprendere perfettamente le ragioni della scelta) a circa 7 miliardi sul 2028. Ma inevitabilmente tanto basta a spingere l’indebitamento netto, che dopo il 2,9% del Pil confermato per quest’anno salirà al 3,4% il prossimo, per limarsi al 3,2% l’anno dopo e planare al 2,3% nel 2029: senza clausola sarebbe al 2,8% e al 2,6%. Con l’applicazione rigida delle regole Ue, che non permettono di escludere l’extradeficit dai calcoli sui saldi ai Paesi in procedura per disavanzi eccessivi, l’Italia abbandonerebbe quindi il braccio correttivo del Patto Ue solo nel 2030. Ma sul punto è in corso da tempo un negoziato con la Ue su un approccio più morbido che Giorgetti sembra dare per acquisito.

Al netto della deroga divisa a metà fra investimenti verdi e riarmo (lo 0,3% del Pil all’anno per ogni voce sia nel 2027 sia nel 2028), il disavanzo seguirebbe una flessione lieve, al 2,8% l’anno prossimo (confermando il tendenziale scritto ad aprile) e al 2,6% nel 2028, un decimale sopra le proiezioni di primavera.
Qui si vede l’effetto della spesa per interessi in crescita (Sole 24 Ore di ieri), sull’onda dei rialzi dei rendimenti già maturati in queste settimane e di quelli previsti per un futuro prossimo alle prese con l’inflazione e con le sue conseguenze restrittive sui tassi decisi a Francoforte: dove, osserva il ministro dell’Economia rispondendo a una domanda dei giornalisti, occorre «fare chiarezza al più presto» dopo le voci di possibili dimissioni della presidente Lagarde. Il fattore interessi diventa ancora più evidente sui numeri del 2029, privo di extradeficit da clausola: il disavanzo di quell’anno è ora indicato al 2,3% del Pil, invece del 2,1% scritto cinque mesi fa, e il debito arriva al 136,6% anziché al 136,3%, nonostante la revisione al rialzo dei livelli di prodotto interno lordo operata dall’Istat che riduce di cinque decimali (dal 138,6% al 138,1%) il punto di partenza rappresentato dal dato di quest’anno.
Su tutto l’impianto tracciato al ministero dell’Economia domina comunque una prudenza certo intensificata dalle sorprese di quest’anno che per due volte hanno negato la possibilità di uscita anticipata dalla procedura per disavanzi. Il deficit 2026, decisivo per far viaggiare senza inciampi la flessibilità, come detto viene confermato al 2,9% anche se la crescita all’1% è sensibilmente più alta dello 0,6% atteso in primavera, come più alta è l’inflazione che spinge il prodotto nominale, denominatore del rapporto. Per l’anno prossimo il Governo mette in programma un +0,8%, due decimali oltre il tendenziale di primavera, su cui incide però l’effetto atteso dalla manovra arricchita da 14 miliardi (0,6% del Pil) di disavanzo aggiuntivo. Un decimale in più delle vecchie previsioni caratterizza anche la stima della crescita 2028 (0,9%), mentre per il 2029 viene confermato il +0,8% già pronosticato ad aprile.

L’altra ricaduta dell’inflazione arriva sulla spesa primaria netta, l’indicatore centrale nelle nuove regole fiscali comunitarie. Il rialzo dei prezzi spinge le uscite per pensioni e assegno unico universale, voci indicizzate, con la conseguenza che nei calcoli comunicati ieri da Giorgetti in conferenza stampa l’indicatore aumenterebbe l’anno prossimo del 3,3%, sforando la traiettoria concordata con la Ue in termini sia annuali (1,9%) sia cumulati (2,8%). Nasce da qui la richiesta, che su pressione non solo italiana dovrebbe essere discussa venerdì prossimo all’Ecofin in Lussemburgo, di tener conto di questo «fattore rilevante» nelle verifiche sul rispetto dei vincoli; su cui però il colpo inflattivo è attenuato dal fatto che nei parametri europei il drenaggio fiscale, cioè l’aumento di gettito determinato dalla crescita nominale dei redditi, è considerato una «entrata discrezionale» e quindi incide, positivamente, sul conto. «Non chiediamo una flessibilità ulteriore», chiarisce Giorgetti; nel senso che la richiesta non è di fare altro deficit in più, ma di poter evitare interventi restrittivi (che ridurrebbero il disavanzo pesando però sulla crescita) altrimenti necessari per rientrare nei binari concordati.

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