Dimmi che vino ordini e ti dirò… non chi sei, ma chi vuoi sembrare

Al ristorante non sempre scegliamo il vino che ci piacerebbe più bere in quel momento, ma quello che restituisce meglio l’idea che vogliamo dare agli altri di noi

Al ristorante il vino non sempre lo scegliamo perché ci piace. A volte lo scegliamo per l’idea di noi che quel vino riesce a costruire. Sembra una differenza sottile ma non lo è affatto.
Ci sono vini che beviamo e vini che ordiniamo. I primi sono quelli che conosciamo, che ci piacciono davvero, magari senza sapere neppure spiegare bene perché. I secondi entrano in scena quando qualcuno ci guarda.

Perché la carta dei vini è un po’ un piccolo palcoscenico sociale. E noi cerchiamo tutti di avere una ruolo, non una comparsata o un rispettoso cameo.

C’è quello che ordina subito, senza guardare la carta: “Facciamo un Nebbiolo!”. Non importa quale e di che zona. Il punto è far sapere che lui sa quello che vuole.
Poi c’è chi si mette a studiare a tavola come se dovesse sostenere un esame di Stato e spesso nei ristoranti più costosi, la wine list è grossa come la Bibbia. Scorre, torna indietro, legge denominazioni e annate, fa una domanda apparentemente innocente e poi un’altra e un’altra ancora. Il tutto finalizzato semplicemente a non sbagliare.
È un timore molto più diffuso di quanto si ammetta.

Il vino, infatti, ha il curioso difetto – la singolare stonatura, diciamo – di riuscire a mettere in soggezione anche i più intelligenti. Davanti a una carta piena di produttori mai sentiti, denominazioni impronunciabili e prezzi che fanno improvvisamente rivalutare l’acqua minerale, anche il più sicuro di sé può sentirsi interrogato a sorpresa. E allora scatta la strategia.

C’è chi sceglie una grande etichetta perché sa che nessuno potrà contestargliela. Chi va sul nome famoso come fosse un’assicurazione. E chi, al contrario, cerca il vino sconosciuto, la piccola denominazione, il vitigno improbabile. “Questo lo conoscete?” Ecco. La domanda non riguarda più il vino. Riguarda lui.

Poi ci sono quelli che vogliono sembrare disinvolti. Ordinano una bottiglia con nonchalance, magari pronunciando il nome del produttore senza esitazioni, come se fossero cresciuti a cavallo delle barrique nella sua cantina.
A volte è tutto vero. Altre volte è puro teatro. Ma il vino si presta benissimo alla parte.

E poi c’è il vino scelto per impressionare. Quello importante, possibilmente con un nome che faccia sgranare gli occhi ai commensali. Non necessariamente perché sia il vino che si desidera bere, ma perché deve comunicare qualcosa tipo: “Sono uno che se ne intende”. Oppure, più semplicemente: “Posso permettermelo”.

L’esperienza mi suggerisce anche un grande classico; ovvero il commensale che dice di non voler spendere troppo e poi sceglie la bottiglia immediatamente sopra quella più economica. Orbene: egli non è tirchio, ma prudente. Vuole risparmiare senza dare l’impressione di voler risparmiare. Anche questa è comunicazione.

Come, altro esempio, scegliere sempre Champagne quando si è in compagnia. Non necessariamente perché sia il proprio vino preferito, ma perché lo Champagne ha una funzione sociale precisa: fa tanto chic e crea atmosfera, dice che quella sera è un’occasione. Anche quando non lo è.

E, viceversa, anche ordinare un vino completamente fuori dagli schemi può essere un modo per dichiarare la propria indipendenza. “Io non seguo le mode”. Che, curiosamente, è una delle frasi più utilizzate da chi segue un trend molto preciso, cioè quello di non seguire le mode.

Il punto è che non c’è nulla di male, perché il vino è piacere, cultura, convivialità, ma è anche linguaggio. E come tutti i linguaggi racconta qualcosa di noi. O, forse, di quello che vorremmo raccontare. La scelta di un vino a tavola, in fondo, è un po’ autobiografica.

Vorremmo sembrare competenti, ma non saccenti. Raffinati, ma non snob. Generosi, ma non esibizionisti. Informati, ma non quelli che sanno tutto. E soprattutto vorremmo sembrare spontanei, che forse è la parte più difficile, perché anche la spontaneità, davanti a una carta dei vini, può diventare una performance.

Io credo invece che il vero lusso, quello più opportuno quando si parla di vino, sia poter dire semplicemente: “Questo mi piace”. Il resto va da sé. Può far nascere una buona conversazione a tavola, oppure no.
Senza dover spiegare perché. Senza cercare il vitigno più raro o dimostrare di conoscere perfettamente l’annata e le sue caratteristiche, ma soprattutto senza scegliere una bottiglia pensando di dover fare bella figura.

In fondo una bottiglia non ci riconosce, non sa chi siamo e nemmeno chi vorremmo sembrare. Ma il modo in cui la scegliamo, qualche volta, dice parecchio.
E forse, a pensarci bene, il vino più difficile da ordinare al ristorante non è quello più raro, più costoso o più importante. Ma quello che ci piace davvero. Soprattutto se nessuno ci sta guardando.

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