
Milioni di appelli, domande e stati d’animo “postati” su Facebook e Instagram lasciano aperta la domanda sulla qualità delle risposte e delle informazioni
La salute mentale, o meglio il disagio che è l’altra faccia (scura) della luna, è sempre più protagonista dei social. In particolare, è la parola “ansia”, ancor prima di “stress” e “depressione”, a sbancare con milioni di post Facebook e Instagram. Post che raccontano di un senso di inadeguatezza rispetto a una realtà sempre più complessa così come della difficoltà di star dietro a modelli estetici e sociali irraggiungibili. Ma se da un lato il bisogno di “aprirsi” va accolto positivamente, dall’altra parte c’è il rischio che le risposte o i consigli che arrivano agli eternauti possano essere approssimativi, fuorvianti o addirittura nocivi. Quel che è certo, è che di salute mentale in senso lato si occupano poco o nulla i media tradizionali, come le principali Tv, che inoltre accendono i riflettori per poi spegnerli poco dopo nei casi più o meno efferati. Tanto che sette servizi su dieci riducono la trattazione della salute mentale agli eventi criminali e ai casi di cronaca. Prevenzione, ascolto, contrasto dello stigma sono sostanzialmente assenti.
«Il successo dei creator – avvisa allora Paola Barretta, coordinatrice del gruppo di ricerca dell’Osservatorio di Pavia – dimostra che esiste una domanda enorme di contenuti comprensibili e vicini all’esperienza delle persone. La sfida è unire questa efficacia comunicativa all’autorevolezza delle fonti e alla solidità scientifica, evitando che la parola folle venga utilizzata come chiave di lettura immediata di un gesto violento, senza alcun riferimento clinico o peritale, con un duplice effetto di scorciatoia esplicativa e di intensificatore emotivo per il pubblico».
Sono questi i dati principali che emergono dall’Indagine esplorativa “Media, linguaggio e salute mentale: come viene raccontato il disagio psichico” realizzata dall’Osservatorio di Pavia, in collaborazione con Associazione Civita, per il Festival della salute mentale RO.MENS per l’inclusione sociale contro il pregiudizio, organizzato dal Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 2, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche sociali e della salute di Roma Capitale e con il Patrocinio della RAI. I risultati completi dell’Indagine saranno presentati il 1 ottobre mattina all’Istituto superiore di sanità, durante il convegno internazionale “Comunicazione e salute mentale: la forza delle parole”, in occasione dell’apertura della V Edizione di Ro.Mens, in cantiere a Roma dal 1° al 10 ottobre 2026, giornata mondiale della salute mentale.
Sui social la parola-chiave “ansia” compare 37mila volte, tredici volte più di “depressione”. Sono oltre 138mila i post sulla salute mentale pubblicati nei primi sei mesi del 2026, tra narrazioni personali e divulgazione. Nello stesso periodo, nei principali telegiornali italiani, Rai-Mediaset-La7, solo 389 servizi su 21.442 hanno affrontato il tema con l’1.8% delle notizie, nel 70% con la cornice della criminalità e della sicurezza.
Per la parte social, sono stati esaminati 138.301 post pubblici pertinenti la salute mentale comparsi su Facebook e Instagram tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2026, successivamente ricondotti, dopo una depurazione dalle ripetizioni, a 103.397 testi unici: 74.472 su Facebook e 28.925 su Instagram. La parola “ansia” è stata citata 37.012 volte, quasi quattro volte più di “stress” e tredici volte più di “depressione”. Un termine che vive nel linguaggio del “come gestirla”, tra consigli di regolazione fisiologica e riflessioni personali. Nell’arco dei sei mesi considerati il volume dei post pertinenti si è mantenuto relativamente stabile tra i 21mila e i 26mila al mese. I contenuti più visibili – spiegano gli autori dell’indagine – sono quelli di voci dirette, professionali o meno, capaci di tradurre temi complessi in un linguaggio immediato e condivisibile. Un solo post realizzato da uno psicologo-content creator è stato capace di sfiorare un milione di like su Instagram.
«L’esplosione della parola ansia su Facebook e Instagram – commenta Massimo Cozza, Direttore Dipartimento di Salute mentale Asl Roma 2 e promotore di Ro.Mens – appare legata all’imperativo sociale di dover garantire una performance sempre maggiore nei diversi ambiti della vita, in famiglia come nella scuola e nel lavoro, soprattutto sui social. Partendo dall’immagine, fisica e principalmente virtuale, per arrivare a essere persone famose e di successo, nel bene e nel male».
Nello stesso periodo, l’analisi dei telegiornali di prima serata delle reti generaliste RAI, Mediaset e La7 ha preso in esame 21.442 notizie: soltanto 389 hanno riguardato la salute mentale, appena l’1,8% del totale, con una media di nove notizie al mese per telegiornale. Ma a colpire è soprattutto come se ne parla. Sette servizi su dieci riconducono la salute mentale a eventi criminali e casi di cronaca: la criminalità occupa da sola il 65% delle notizie e, insieme a ordine pubblico e sicurezza, raggiunge il 70%. Alle questioni sociali resta il 15%, a scienza e salute appena l’8% e a cultura e società il 7%. La copertura procede per picchi legati al singolo fatto: a maggio, in coincidenza con il caso di Modena, le notizie sono salite a 138. Anche la scelta delle voci conferma il peso della cronaca. Le interviste sono presenti in 271 servizi, il 69% dei 389 pertinenti, per un totale di 462 soggetti: la “gente comune” rappresenta il 34,2% degli interventi e i protagonisti della cronaca il 13,4%. Insieme arrivano al 47,6%, quasi una voce su due, mentre i professionisti sanitari si fermano al 12,6%. Il risultato è un racconto che mostra soprattutto il fatto eccezionale, ma molto meno la prevenzione, la cura e la possibilità di chiedere aiuto.
Influencer e creator – avvisano allora gli autori del monitoraggio – conquistano sui social lo spazio lasciato libero dall’informazione tradizionale. Post su ansia, Adhd, neurodivergenza e disturbi alimentari, raggiungono milioni di persone. La capacità straordinaria di rendere accessibili temi complessi sui social pone però una domanda urgente: chi garantisce la qualità delle notizie che arrivano? “Quando l’informazione qualificata arretra, infatti, lo spazio viene occupato da chi comunica meglio, non necessariamente correttamente”, è l’avviso. Accanto ai professionisti emergono diagnosi a distanza, semplificazioni e pratiche prive di basi scientifiche, presentate spesso con il tono rassicurante della cura.
L’indagine evidenzia anche un’altra frattura: il 25,7% dei contenuti parla il linguaggio delle istituzioni e dei servizi, mentre il 22,4% utilizza quello delle famiglie, fatto di figli, solitudine e carico della cura e il 38,7% è a carattere personale con paure, relazioni, sofferenze e valori. Due narrazioni, da una parte le istituzioni e dall’altra le famiglie e le persone che sembrano ancora incapaci di incontrarsi.
«Non possiamo affidare soltanto agli algoritmi e all’iniziativa dei singoli il racconto della salute mentale», concludono Barretta e Cozza, per i quali «servizi, istituzioni e informazione devono imparare a parlare una lingua capace di raggiungere giovani e famiglie, con un lessico rispettoso e informato, contrastando stigma, disinformazione e pseudoscienza».
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