Dyson entra per la prima volta nel mercato dell’igiene orale con CameraJet, uno spazzolino da 479 euro che combina microcamera, machine learning e getto di collutorio per individuare e pulire gli spazi tra i denti.

Si chiama CameraJet e costa 479 euro. Ha una microcamera, riconosce gli spazi tra i denti con il machine learning e spara un getto di collutorio dove serve. Per Dyson è l’ingresso in un mercato nuovo, quello dell’oral care. Ed è anche il ritorno a una vecchia ossessione: prendere un oggetto che sembra già risolto e complicarlo abbastanza da provare a reinventarlo.

Dentro uno spazzolino Dyson CameraJet ci sono una videocamera da 100 mila pixel, 16 milioni di righe di codice, un algoritmo di machine learning allenato su 470 mila immagini di denti, una pompa, un piccolo serbatoio per il collutorio, un motore sonico, Wi-Fi, Bluetooth e persino un tag RFID nella testina. Manca forse il navigatore satellitare.

Dyson entra nel mercato dell’igiene orale facendo quello che fa da più di trent’anni: prende un elettrodomestico apparentemente banale, identifica un problema molto concreto e ci costruisce attorno una quantità quasi sproporzionata di ingegneria.

Questa volta il problema sono gli spazi tra i denti.

Secondo i dati citati dall’azienda, nove persone su dieci non passano il filo interdentale con la frequenza raccomandata e il tempo medio dedicato allo spazzolamento è di circa 45 secondi, contro i due minuti consigliati. La soluzione di Dyson consiste quindi nel cercare di unificare tre gesti normalmente separati: spazzolare, pulire gli spazi interdentali e usare il collutorio.

Il cuore di CameraJet è quella che Dyson chiama Gap Optical Targeting.

Una piccola videocamera con lente macro osserva la superficie dei denti 28 volte al secondo. L’algoritmo riconosce uno spazio interdentale, ne calcola la posizione e, entro 100 millisecondi, attiva un getto di collutorio. In pratica lo spazzolino guarda dove sta andando mentre lo usiamo. È una specie di sistema di assistenza alla guida applicato ai molari.

Il paragone automobilistico non è poi così azzardato. Il software deve continuamente interpretare immagini che cambiano, prevedere dove sarà il bersaglio un istante dopo e comandare un attuatore. Cambiano le velocità e il paesaggio, naturalmente: invece dell’autostrada ci sono incisivi e gengive.

Il getto è un altro elemento su cui Dyson insiste molto. Gli idropulsori tradizionali usano spesso un flusso molto sottile. Secondo i test dell’azienda, questo può perforare lo strato di placca senza necessariamente staccarlo completamente. Dyson ha quindi progettato un getto più largo, conico, pensato per distribuire l’acqua su una superficie maggiore e lavorare a pressione inferiore.

Per studiarlo, l’azienda racconta di avere sviluppato insieme alla Facoltà di Odontoiatria della National University of Singapore una sostanza artificiale capace di imitare la placca. La collaborazione è durata cinque anni. È un dettaglio molto Dyson: prima si costruisce il problema in laboratorio, poi si passa anni a sparargli addosso acqua.

Il collutorio è contenuto in un serbatoio da 12,5 millilitri. Una pompa a membrana mantiene regolare il flusso anche quando lo spazzolino viene inclinato o utilizzato quasi in orizzontale per raggiungere i denti posteriori. La base di ricarica riempie il serbatoio in circa tre secondi.

Anche la testina è stata riprogettata. Ci sono setole più rigide nella zona interna e più morbide verso la linea gengivale. L’oscillazione cambia continuamente angolo per evitare che alcune setole rimangano praticamente immobili quando vengono premute contro il dente. Dyson sostiene, sulla base di test di laboratorio, una rimozione fino al 69% superiore della placca nelle aree difficili da raggiungere rispetto ad alcuni spazzolini elettrici premium concorrenti.

Poi c’è l’app MyDyson. Permette di osservare in diretta l’interno della bocca, controllare la copertura dello spazzolamento e ricevere indicazioni sulla tecnica. L’azienda precisa che le immagini della videocamera non vengono registrate né conservate nel cloud.

Per far funzionare correttamente la telecamera Dyson ha dovuto progettare perfino dentifricio e collutorio dedicati, poco schiumogeni. La schiuma, apparentemente innocua, davanti a una microcamera diventa nebbia.

Sono serviti sei anni di sviluppo, 661 ingegneri e 38 brevetti depositati. Il Dyson Dental System arriverà sul mercato il primo settembre a 479 euro. Nella confezione ci sono CameraJet, dock, custodia da viaggio, dentifricio e collutorio.

Si può discutere del prezzo di CameraJet. Si può dubitare della necessità di vedere i propri molari in streaming sullo smartphone. E bisognerà soprattutto verificare fuori dai laboratori Dyson quanto la combinazione tra videocamera, getto e spazzolino migliori davvero l’igiene orale nel lungo periodo. Ma c’è una qualità che vale la pena riconoscere.

Dyson continua a investire denaro e anni di lavoro nel tentativo di costruire prodotti che prima non esistevano. Non sempre funzionano. Alcuni diventano industrie. Altri finiscono nei magazzini. Altri ancora somigliano a oggetti arrivati accidentalmente da un futuro progettato male. Il punto è che l’innovazione industriale ha bisogno anche di questo tipo di ostinazione.

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