È tornata la difterite? Ecco gli ultimi numeri e cosa si può fare

Il team dei dottori e degli esperti anti-bufale dell’Ordine nazionale dei medici risponde ai principali dubbi sulla salute

Fino a poco tempo fa la difterite era una malattia quasi dimenticata. Nel secolo scorso, infatti, grazie alla vaccinazione di massa dei bambini nei primi mesi di vita, il numero di casi registrati in Italia e in altri Paesi ad alto reddito era crollato a pochissime unità l’anno, dovute per lo più a infezioni contratte all’estero, in aree con servizi sanitari inadeguati, dove le coperture vaccinali sono insufficienti.

Ultimamente, però, si assiste a una ripresa anche in Paesi avanzati. E nell’agosto 2026 anche l’Italia ha dovuto segnalare il primo decesso per difterite dal 1991, in una bambina palermitana di 4 anni.

L’agente responsabile della difterite è principalmente un batterio, Corynebacterium diphtheriae, che può insediarsi sulla pelle o nelle prime vie aeree, anche senza causare la malattia. Esistono quindi portatori sani, che, inconsapevolmente, trasmettono il batterio ad altri, per lo più tramite goccioline di saliva emesse parlando o tossendo.

Il germe, di per sé, è innocuo, finché non è a sua volta infettato da un virus: questo gli fornisce le istruzioni genetiche necessarie a produrre la tossina responsabile della malattia. Quando un ceppo produttore di tossina infetta un individuo suscettibile, dopo due o tre giorni compaiono i sintomi, inizialmente simili a quelli di una forte tonsillite, con febbre, mal di gola, linfonodi ingrossati. Nei casi più gravi, la tossina provoca un danno cellulare che può portare alla formazione di caratteristiche pseudomembrane grigiastre, costituite da residui di batteri, cellule e altre sostanze. A livello della gola, queste pseudomembrane possono fare da barriera o, staccandosi, provocare sanguinamenti, così da ostacolare la deglutizione e la respirazione, fino alla morte per soffocamento.

La tossina, inoltre, può anche diffondersi al resto dell’organismo attraverso il circolo sanguigno, colpendo altri organi vitali, soprattutto il cuore e le strutture nervose, con il rischio di complicazioni come miocarditi, aritmie, scompenso cardiaco, paralisi del palato molle, neuropatie periferiche e disturbi agli occhi, anche dopo un’eventuale guarigione dalla fase acuta.

Come avevamo spiegato qui, la mortalità da difterite cominciò a declinare in Italia e in tutti i Paesi più ricchi già prima che arrivassero i vaccini. Il miglioramento delle cure era dovuto all’introduzione del siero antidifterico di cavallo, contenente l’antidoto alla tossina difterica, e alla scoperta degli antibiotici, che combattevano il batterio in grado di produrla. Tuttavia, trattare una malattia grave non è come evitarla: il siero deve essere somministrato nelle prime fasi dell’infezione, prima che si produca la tossina, e può provocare reazioni avverse molto pericolose; gli antibiotici sono utili per fermare la circolazione del batterio, ma nulla possono contro l’azione della tossina stessa, una volta che questa è stata liberata nell’organismo. Anche chi, grazie a queste cure o alla tracheotomia che, come raccontavamo qui, impediva il soffocamento, sopravviveva al calvario della malattia, doveva poi affrontare [...]

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