Electronic Arts lascia il Nasdaq, finisce un’epoca per il videogioco

Electronic Arts (Ea) lascia il Nasdaq e passa sotto il controllo di un consorzio guidato dal fondo sovrano saudita Pif. Sul tavolo ci sono 55 miliardi di dollari. Agli azionisti andranno 210 dollari in contanti per azione. Accanto a Riad figurano Silver Lake e Affinity Partners, il fondo guidato da Jared Kushner.

L’operazione consegna all’Arabia Saudita uno dei marchi più riconoscibili dell’intrattenimento digitale. Ma racconta anche qualcosa di più: la trasformazione, e forse la crisi, dell’industria mondiale dei videogiochi.

Electronic Arts nasce nel 1982 da un’intuizione di Trip Hawkins, ex Apple. Il nome conteneva un programma culturale: considerare i programmatori come artisti e il software come una forma espressiva. Le prime confezioni ricordavano le copertine dei dischi. Gli autori avevano un volto. Il computer diventava una macchina per raccontare storie.

Poi EA è diventata una gigante dell’intrattenimento Usa. Ha inventato o acquisito serie come The Sims, Need for Speed*, Battlefield, Mass Effect, Dragon Age e Apex Legends*. Soprattutto ha trasformato lo sport in videogioco. A parte il basket dell’Nba che oggi vede il titolo NBA 2K di 2K come campione assoluto la maggiore parte dei giochi sportivi di successo ha come editore Ea. In Italia e nel mondo il calcio è sinomimo di Fifa, oggi conosciuto come EA Sports FC, e almeno per noi resta da decenni il titolo più venduto.

Quella di Fifa è una macchina costosa ma potente. Ogni anno cambiano rose, maglie e statistiche. Sotto il cofano resta un’economia fatta di aggiornamenti, abbonamenti, pacchetti digitali e microtransazioni. Il videogioco è quasi sempre lo steso ma deve restare acceso, produrre traffico e generare ricavi.

L’acquisizione arriva in un mercato che vale circa 200 miliardi di dollari. Eppure il settore, come abbiamo più volte spiegato sul Sole 24 Ore, attraversa una fase difficile. Negli ultimi anni migliaia di sviluppatori hanno perso il lavoro, numerosi studi sono stati chiusi e decine di progetti cancellati.

È una crisi strana. I giocatori non sono scomparsi. Il problema sono i costi. Un grande titolo richiede cinque o sei anni di lavoro, centinaia di persone e investimenti paragonabili a quelli di un film hollywoodiano. Poi deve conquistare subito un pubblico spesso giovane abitutato a free-to-play e a una fruizoine del videogioco diversa da quella del passato dove dominano gli smartphone e perdono le console.

La risorsa più scarsa non è il denaro. È il tempo.

Per ridurre il rischio, gli editori puntano quindi su pochi marchi enormi. Meno esperimenti, più sequel. Meno giochi, più servizi. Microsoft ha comprato Activision Blizzard, Playstation ha risposto con Bungie, la cinese Tencent ha moltiplicato le partecipazioni. Ora anche EA esce dalla Borsa e cerca riparo in una proprietà privata.

Essere lontani dal giudizio trimestrale di Wall Street può dare più tempo al management. Ma un’acquisizione di queste dimensioni porta con sé anche pressioni finanziarie. Il debito ama i flussi di cassa prevedibili. Ama il calcio, i sequel e le comunità già costruite. Ha meno simpatia per le nuove idee che richiedono anni prima di funzionare.

Per il Pif, invece, EA è un tassello della strategia saudita su sport, eventi ed eSport. Un tempo i fondi sovrani compravano porti, miniere e reti telefoniche. Ora acquistano mondi digitali e comunità di milioni di persone. Il nuovo petrolio ha un controller.

La fine della EA quotata segna così la fine di un’epoca. L’azienda nata per mettere gli autori sulla copertina diventa un asset dentro una strategia finanziaria e geopolitica.

Sul display del mercato non compare ancora “game over”. Ma le vite rimaste sono sempre meno.

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