Negli ultimi sondaggi prima del voto di domenica, la Cdu è al 20% nella capitale, superata di un punto dalla Linke, con Alternative für Deutschland in scia al 18%. Nel Land sul Baltico, il partito del cancelliere è in bilico sulla soglia di sbarramento
Gli ultimi sondaggi prima del voto di domenica 20 settembre si avvicinano molto a un incubo per Friedrich Merz e per i cristianodemocratici. Nella corsa per il sindaco di Berlino, la Cdu è al 20%, superata di un punto dalla Linke, con Alternative für Deutschland in scia al 18%. In Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il partito del cancelliere è sceso addirittura al 6%. Solo un punto la separa dalla soglia sotto la quale si chiudono le porte del Parlamento regionale.
Domenica sera, il direttivo dell’Unione dei conservatori (Cdu-Csu) seguirà lo spoglio in tempo reale, pronto a processare Merz. Quando è entrato in carica, nemmeno un anno e mezzo fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che le elezioni nella capitale e nel piccolo Land sul Baltico sarebbero diventate un punto di svolta decisivo.
Nel mezzo, però, c’è stata una serie di passi falsi, che hanno sprofondato ai minimi storici i consensi per Merz (sotto il 15%) e il suo partito. Su scala nazionale, la Cdu è caduta attorno al 20% delle intenzioni di voto, dal 28,5% ottenuto nelle elezioni di febbraio 2025, che era già uno dei peggiori risultati di sempre.
E poi è arrivato il disastro in Sassonia-Anhalt, il 6 settembre, con Afd arrivata al 44% e a soli tre seggi dalla maggioranza assoluta nel Parlamento regionale, mentre la Cdu ha dimezzato i voti sotto il 18%. La crisi nel partito è così arrivata vicino al punto di rottura.
Il declino dei conservatori è stato accompagnato dalla cavalcata dell’estrema destra, che dal voto per il Bundestag ha guadagnato dieci punti, fino a toccare il 30%.
La stretta sull’immigrazione, con il forte calo di ingressi e richieste di asilo, non ha alterato il trend, probabilmente non è stata neanche percepita dai tedeschi, soprattutto da quelli che vivono immersi nella bolla dell’islamizzazione della Germania.
Nemmeno la ripresa economica, che quest’anno potrebbe consentire al Pil di raggiungere una crescita dell’1% (Trump e crisi di Hormuz permettendo), è arrivata nelle teste degli elettori. Il rimbalzo è trainato dalla spesa pubblica per difesa e infrastrutture, mentre la gente comune combatte con bollette, benzina e, proprio a Berlino, affitti proibitivi.
La postura da leader internazionale assunta da Merz, sull’Ucraina e sulla difesa europea, a sua volta non sembra aver scaldato gli elettorati, che almeno in parte bocciano invece la riforma del servizio militare, con l’ipotesi di ritorno all’obbligo di leva.
Al contrario, sono stati percepiti, eccome, gli scontri nella coalizione con la Spd, che hanno ricordato le liti nella precedente maggioranza, collassata prima del tempo. Addirittura virali sono diventate le gaffes di Merz, che ha via via accusato i tedeschi di essersi adagiati sugli assegni sociali, di lavorare troppo poco e di prendersi troppe assenze per malattia. E poi le riforme sociali, non draconiane ma a volte cervellotiche, come appunto quella del certificato medico fin dal primo giorno di malattia, e impopolari, come l’abrogazione della pensione anticipata. Interventi sui quali, dopo il tracollo in Sassonia-Anhalt, la maggioranza mostra ripensamenti.
Ai partner di Governo le cose non vanno molto meglio. Nei sondaggi a livello nazionale, la Spd è a un misero 12-13%. A Berlino guarda la corsa da lontano. L’unica luce arriva dal Meclemburgo, dove ha messo la testa davanti ad Afd, al 37% delle intenzioni di voto. Il merito, però, è tutto della governatrice uscente, Manuela Schwesig, che, tra le altre cose, contesta la stretta sulle pensioni.
E così, a due giorni da un appuntamento diventato decisivo, il Governo ha annunciato le più popolari delle misure: il taglio delle accise sui carburanti e un futuro tetto sui prezzi alla pompa. Il pacchetto approvato venerdì vale 2,5 miliardi. Chissà se porterà voti.

