
Il progetto sorge ad Abusera, nei pressi di Bishoftu, una quarantina di chilometri a sud di Addis Abeba. I lavori sono stati formalmente avviati il 10 gennaio e la prima fase dovrebbe essere completata entro il 2030, portando la capacità a 60 milioni di passeggeri l’anno. A regime si arriverà a 110 milioni, oltre a quasi 4 milioni di tonnellate di merci
Non sarà soltanto il più grande aeroporto africano. Con un investimento previsto di 12,5 miliardi di dollari, quattro piste e una capacità finale di 110 milioni di passeggeri l’anno, il futuro Bishoftu International Airport sta diventando anche un banco di prova della competizione tra Stati uniti e Cina nel Corno d’Africa. Ma, più che scegliere tra Washington e Pechino, l’Etiopia sembra intenzionata a fare ciò che ha fatto per anni: utilizzare la concorrenza tra le grandi potenze per ottenere capitale, infrastrutture e tecnologia senza consegnarsi completamente a nessuna di esse.
Gli Usa sono in prima fila. Ethiopian Airlines fu fondata nel 1945 con l’assistenza della statunitense Trans World Airlines e il legame con l’industria aeronautica americana è proseguito per decenni attraverso Boeing e GE Aerospace. Ancora nell’aprile scorso la compagnia etiope ha trasformato in ordini le opzioni per altri sei Boeing 787-9, portando a 26 i nuovi Dreamliner destinati a essere consegnati a partire dal 2028.
E probabilmente su questo che gli Stati uniti vedono lo spazio per rientrare nella partita. Boeing, GE e altre società americane possono competere nei settori a più alto contenuto tecnologico: aeromobili, motori, sistemi aeroportuali, sicurezza, gestione del traffico e infrastrutture digitali. E Washington dispone anche di un’altra leva, quella finanziaria.
Ethiopian Airlines dovrebbe coprire direttamente tra il 20 e il 30 per cento dell’investimento, mentre il resto dovrà arrivare da creditori internazionali. La Banca africana di sviluppo ha previsto un proprio intervento da 500 milioni di dollari e ha assunto il ruolo di coordinatore nella raccolta di diversi miliardi di finanziamenti. Negli Stati uniti hanno manifestato interesse la International Development Finance Corporation, la Export-Import Bank e grandi istituzioni finanziarie private.
Anche il fronte cinese, tuttavia, si sta muovendo: già alla fine del 2025 una banca con sede in Cina aveva promesso 500 milioni di dollari e nel marzo scorso una delegazione etiope ha discusso il progetto con la Bank of China.
Il progetto sorge ad Abusera, nei pressi di Bishoftu, una quarantina di chilometri a sud di Addis Abeba. I lavori sono stati formalmente avviati il 10 gennaio e la prima fase dovrebbe essere completata entro il 2030, portando la capacità a 60 milioni di passeggeri l’anno. A regime si arriverà a 110 milioni, oltre a quasi 4 milioni di tonnellate di merci: numeri che trasformerebbero la capitale etiope in uno dei grandi nodi del traffico aereo tra Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. L’aeroporto di Bole, che secondo il governo si avvicina ormai ai propri limiti, verrebbe progressivamente concentrato soprattutto sui collegamenti nazionali.
Bishoftu è qualcosa di più di una grande opera pubblica. Un hub di queste dimensioni significa piste, terminal e collegamenti ferroviari e stradali, ma anche sistemi di controllo del traffico aereo, telecomunicazioni, sorveglianza, sicurezza, gestione dei dati e un’enorme espansione della flotta di Ethiopian Airlines. Chi riuscirà a conquistare questi contratti non venderà semplicemente macchinari: potrà costruire relazioni industriali destinate a durare decenni.
Per la Cina il punto di partenza è favorevole. Imprese cinesi o joint venture a forte componente cinese rappresentano una parte consistente dei gruppi ammessi alle gare per i diversi pacchetti dell’aeroporto. Tra questi compaiono China Communications Construction Company, China Road and Bridge Corporation e China Civil Engineering Construction Corporation. Quest’ultima possiede inoltre un vantaggio non trascurabile: conosce già profondamente il sistema logistico etiope, avendo partecipato alla realizzazione della ferrovia elettrificata Addis Abeba-Gibuti, infrastruttura essenziale per un Paese senza accesso al mare.
Bishoftu si inserisce quindi in un terreno nel quale Pechino è presente da anni e nel quale le società statali cinesi hanno sviluppato capacità operative, personale, catene di fornitura e rapporti con le autorità locali difficili da replicare rapidamente. A questo si aggiunge il fattore prezzo: proprio la capacità delle imprese cinesi di presentare offerte competitive resta uno dei maggiori ostacoli al ritorno delle grandi società occidentali nelle infrastrutture africane.
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