
Attesa entro la settimana la manifestazione di interesse per l’area a freddo
È attesa – forse già entro questa settimana – la formulazione della manifestazione di interesse per l’area a freddo dell’ex Ilva, che sarà siglata da Antonio Gozzi, presidente di Federacciai.
A quanto risulta al Sole-24 Ore, la manifestazione di interesse non vincolante avrà una forma aperta, permettendo alle diverse imprese siderurgiche italiane di inserirsi mano a mano che, con la riapertura delle attività industriali e finanziarie, i loro vertici definiranno l’entità dell’impegno che ciascuna può garantire.
Intanto, mentre la cordata italiana sta accelerando, il contesto generale inizia ad assorbire gli effetti della decisione dei commissari di rivolgersi alla Corte di Cassazione chiedendo un giudizio di legittimità sulla sentenza (di secondo grado) emessa dal tribunale di Milano. La decisione del tribunale di Milano ha rimodulato lo scenario, eliminando dal campo di gioco l’area a caldo. Da questa rimodulazione, è sortita anche la decisione della cordata italiana di procedere a una manifestazione di interesse. Il timore – raccolto dal Sole24 Ore in ambienti ministeriali e politici – è che un eventuale pronunciamento della Corte di Cassazione favorevole al ricorso dei commissari possa riazzerare tutto. A quel punto, che cosa succederebbe?
La decisione dei commissari sembra essere nata, anche, dalla necessità di tranquillizzare le imprese fornitrici che lavorano per l’area a caldo e che, quindi, vantano crediti e hanno contratti in corso. Il punto sarebbe, infatti, il rischio che – con un perfezionamento di diritto e di fatto della cancellazione dell’area a caldo – si vanificherebbero i contratti, portando le aziende ad aprire un contenzioso con le amministrazioni straordinarie.
A quanto risulta al Sole24Ore, le imprese che operano con l’area a caldo sono una ventina, con 2mila addetti impegnati in lavorazioni e in servizi connessi proprio al ciclo integrale. In particolare, sono dieci le aziende in condizioni critiche. Confindustria Taranto, Confapi Taranto e Aigi stanno monitorando giorno dopo giorno, ora dopo ora le ripercussioni del decreto della Corte d’Appello di Milano.
Il 30 luglio Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha intanto pagato le fatture dell’indotto emesse a gennaio e a febbraio e scadute a maggio. Sulle altre fatture in scadenza, non è chiaro che cosa accadrà. L’auspicio è che sia usata la liquidità della quarta e ultima tranche da 41 milioni del prestito ponte da 390 milioni che la Ue ha autorizzato per l’ex Ilva: il governo ha già provveduto alle prime tre, rispettivamente da 149 milioni, da 100 e di nuovo da 100 milioni. Questa è la speranza delle imprese, che sottolineano come all’area a caldo sia legato fra il 60 e il 70% dei contratti di Acciaierie d’Italia, che appunto verrebbero meno perché, da fine ottobre, l’area a caldo non ci sarà più.
In questo passaggio – eliminazione dal tavolo operata dai giudici dell’area a caldo, composizione della cordata italiana, ricorso in Cassazione da parte dei commissari, tensioni nella finanza dell’indotto – ci sono tutto il paradosso, tutta la pericolosità e tutta la criticità della crisi dell’ex Ilva.

