Ex Ilva: azienda presenta ricorso in Cassazione per evitare stop area a caldo

Impugnazione contro i cittadini di Taranto promotrici dell’azione legale e la Regione Puglia. Quattordici le motivazioni presentate

Ilva in amministrazione straordinaria cerca di fermare il recente decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto entro 90 giorni la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto poiché inquinante tra polveri sottili e amianto. Giorni, quelli stabiliti dai giudici, che stanno già decorrendo e che scadono prima della fine di ottobre. Ilva in amministrazione straordinaria – la società proprietaria degli impianti siderurgici, mentre Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria è il gestore degli stessi – ha presentato il 14 agosto un ricorso in Corte di Cassazione. Con il ricorso – 82 pagine totali – si chiede la “cassazione del decreto n. 425/2026 emesso in data 9 luglio 2026 dalla Corte d’Appello di Milano”. Appunto quello che impone la fermata di altiforni e acciaierie. Il ricorso di Ilva in as é contro il gruppo di cittadini tarantini che hanno promosso il giudizio contro l’ex Ilva chiedendone lo stop al Tribunale di Milano, giudizio approdato anche alla Corte di Giustizia Europea e poi in Corte d’Appello. Ma è anche contro la Regione Puglia, il Gruppo di intervento giuridico e il Codacons, nonché nei confronti di Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding, entrambe in amministrazione straordinaria, e della Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano e la Procura generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione. Quattordici sono i motivi alla base del ricorso alla Suprema Corte.

Nei primi due motivi del ricorso, si censura il decreto sulla fermata dell’area a caldo “per aver la Corte d’Appello delibato una domanda e conosciuto di una controversia riservate alla giurisdizione del Giudice Amministrativo”, mentre “con il secondo motivo si censura il decreto per aver la Corte d’Appello emesso statuizioni rientranti nelle attribuzioni e nella competenza della Pubblica Amministrazione. Segnatamente anziché rimettere all’Amministrazione competente ogni determinazione in ordine al perimetro dell’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata nel 2025 e all’individuazione delle prescrizioni e/o raccomandazioni necessarie a minimizzare l’impatto ambientale, la Corte d’Appello – si sostiene – si è sostituita alle Amministrazioni coinvolte nel procedimento di riesame dell’AIA 2025 e ha preteso di stabilire direttamente il contenuto che l’autorizzazione dovrà recare”.

Si contesta poi da parte di Ilva in as il decreto dei giudici di Milano “avendo la Corte d’Appello disposto la disapplicazione dell’AIA 2025 in assenza dei relativi presupposti” e “avendo la Corte d’Appello disposto la disapplicazione del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica n. 278/2023 e dell’antecedente parere dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale in assenza dei relativi presupposti”. Inoltre nel ricorso alla Suprema Corte si afferma che Ilva in as “si riserva di presentare, in sostanziale contestualità con il presente ricorso, istanza per la sospensione degli effetti del provvedimento impugnato”. Istanza di sospensione di cui sarà destinataria la stessa Corte d’Appello.

 
Per gli avvocati di Ilva in as – Giuseppe Lombardi, Marco Annoni, Lazare-David Vittone Tassinari, Raffaele Cassano e Alberto Villa – “il rapporto tra prescrizioni istruttorie e successivo aggiornamento non costituisce una proroga delle misure ambientali, bensì il meccanismo attraverso il quale il legislatore assicura che l’autorizzazione segua l’evoluzione delle conoscenze tecniche, delle prestazioni dell’impianto e delle migliori tecniche disponibili. Sotto questo profilo – si afferma – la decisione impugnata (nell’ipotesi in cui si ritenga che essa abbia confermato sul punto quella del Tribunale) finisce per attribuire all’AIA una natura opposta a quella ricavabile dall’art. 29-sexies e dalla giurisprudenza costituzionale”.

Ovvero, si specifica, “non titolo suscettibile di progressivo adeguamento sulla base dei dati e degli studi acquisiti nel corso del suo esercizio, ma provvedimento che dovrebbe fissare sin dall’origine e in via definitiva ogni futuro intervento, anche quando la necessità, la fattibilità o le modalità tecniche di quest’ultimo debbano essere ancora accertate”.

Ancora, nel ricorso alla Suprema Corte di Ilva in as si afferma che non “può sostenersi che la disciplina degli studi di fattibilità determini un indebito sacrificio delle esigenze di protezione ambientale nelle more del loro svolgimento. Infatti, come Ilva aveva dedotto nel reclamo, le prescrizioni oggetto di disapplicazione non costituiscono condizioni ancora mancanti per rendere conforme l’esercizio dello stabilimento ai parametri normativi e alle BAT applicabili.

In altri termini, il quadro autorizzativo dell’AIA 2025 – si afferma nel ricorso – è già immediatamente efficace e impone al gestore il rispetto delle prescrizioni e dei valori limite in esso stabiliti, mentre, gli studi e gli ulteriori approfondimenti intervengono su tale quadro allo scopo di valutarne un possibile ulteriore miglioramento”.

A quanto pare, anche Acciaierie d’Italia in as entro fine mese, visto che gli avvocati sono già al lavoro, dovrebbe presentare un suo ricorso alla Cassazione sempre per scongiurare lo stop dell’area a caldo – stop di cui sono cominciate le primissime manovre preparatorie – insieme all’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello di Milano. Tuttavia non è da escludere che AdI in as possa aggregarsi agli atti già prodotti da Ilva in as visto che le due società in precedenti casi giudiziari si sono schierate insieme.

Secondo l’avvocato Maurizio Rizzo Striano che, insieme all’avvocato Ascanio Amenduni, ha difeso i ricorrenti di Taranto al Tribunale di Milano, alla Corte di Giustizia Europea, pronunciatasi a giugno 2024, e infine alla Corte d’Appello di Milano, l’impugnazione del decreto alla Suprema Corte “che non ha alcuna speranza di un suo accoglimento. Il ricorso in Cassazione – prosegue il legale – non sospende l’esecutività del decreto della Corte di Appello e la decisione della Corte Suprema arriverà ben oltre la scadenza del termine del 28 ottobre, data entro la quale dovranno fermare gli impianti. Il motivo per cui lo hanno presentato – dice Rizzo Striano – è quello di chiedere alla Corte di Appello di Milano una sospensione dell’esecutività del proprio decreto, in attesa della pronuncia da parte della Cassazione. Ma così facendo , ammesso e non concesso che ottengano questa sospensione, aggraveranno ancora di più la situazione sia dei lavoratori, sia finanziaria, sia per il futuro che attende Taranto. Un ‘tirar a campare’, magari cercando di rinviare il tutto a dopo le elezioni politiche, che provocherà danni per tutti, ad iniziare di quelli inflitti alla salute. Io sono convinto che l’epoca delle cause sia finita. La parola passa ai cittadini ed ai lavoratori” conclude Rizzo Striano.

Articoli correlati