Ex Ilva, è battaglia legale su stop. Avvocati cittadini: nessun danno. Replica l’azienda: una tesi errata

Domani, 9 settembre, udienza in Corte d’Appello a Milano sull’istanza di sospensiva sulla fermata degli impianti dell’area a caldo di Taranto che dovrebbe scattare a fine ottobre

È battaglia tra Acciaierie d’Italia e avvocati dei cittadini di Taranto che sostengono la conferma della fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto in base al decreto della Corte d’Appello di Milano. La fermata avverrà entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio) e il 9 settembre a Milano c’é l’udienza in cui i giudici esamineranno le istanze di sospensiva che hanno presentato nei giorni scorsi sia Acciaierie, che Ilva, rispettivamente gestore e proprietario degli impianti. Sospensiva del decreto della Corte, peraltro impugnato anche in Corte di Cassazione.

“La concessione della sospensione presuppone l’esistenza tanto della gravità quanto dell’irreparabilità del danno”, ma “avendo dimostrato come non possa ritenersi esistente il requisito della gravità, sarebbe inutile affrontare la questione della irreparabilità”. Pertanto, “gli assunti sulla presunta irreparabilità” sono “del tutto fuorvianti e tecnicamente infondati”. É quanto scrivono nella comparsa di costituzione davanti alla Corte gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano che assistono i cittadini di Taranto e l’associazione “Genitori Tarantini” che chiedono il mantenimento della decisione di luglio della Corte, ovvero la fermata degli impianti.

Circa l’irreparabilità del danno impiantistico prospettato da Acciaierie a seguito della fermata dell’area a caldo, i due legali – contestando le tesi di AdI – scrivono che ci sono già state “ripetute fermate, anche di lungo periodo” e quindi “se fosse vero quanto sostenuto, anche Afo 1, 2 e 4, avrebbero dovuto essere irrimediabilmente compromessi e non avrebbero potuto più essere riavviati, cosa che, al contrario, è significativamente avvenuta più volte”. E ancora, ribattono gli avvocati ad AdI, “se fossero vere le congetture formulate, si dovrebbe concludere che le cokerie siano già da ora irrimediabilmente compromesse, avendo il fermo, sino ad oggi, superato gli 8 mesi. Il prolungato fermo delle cokerie è emblematico – affermano gli avvocati -, poiché dimostra con quale pervicace ‘malvagità’ si compromettano, o si mettano a repentaglio, la vita e la salute umana pur di assicurarsi un profitto. Le cokerie sono la sezione di impianto più inquinante e da esse provengono le emissioni di benzene e degli IPA, fra cui il benzoapirene. Il loro prolungato fermo – si sostiene – non ha fatto venir meno la produzione di acciaio in quanto il coke metallurgico necessario è stato acquistato da terzi sul mercato in cui vi è ampia disponibilità. Vi è pertanto la prova di come si continui a privilegiare il profitto in danno della salute”.

Ma per Acciaierie d’Italia “le affermazioni secondo cui i precedenti fermi degli impianti dimostrerebbero l’assenza di un rischio di compromissione irreversibile, risultano tecnicamente errate e basate sul confronto tra situazioni radicalmente diverse”. “In passato, infatti – sostiene Acciaierie d’Italia -, gli altiforni sono stati mantenuti in condizioni di conservazione mediante il riscaldo dei cowper, proprio per preservarne l’integrità e consentirne il successivo riavvio. Il decreto della Corte d’Appello, invece, impone uno scenario del tutto differente, che non consente il mantenimento degli impianti nelle condizioni che ne assicurano la conservazione.

Anche il richiamo alle cokerie è fuorviante – sottolinea AdI -. Le stesse sono state fermate nell’ambito di uno specifico procedimento tecnico e autorizzativo gestito con il Mase, che ha consentito l’adozione delle misure necessarie alla loro conservazione. Non esiste quindi alcuna comparabilità tra tali situazioni e lo spegnimento imposto dal decreto”.

Inoltre, afferma Acciaierie d’Italia, “il decreto dispone la sospensione dell’area a caldo subordinando la ripresa delle attività a due condizioni: la completa rimozione dell’amianto presente nei cowper degli altoforni e la soluzione delle problematiche relative alle emissioni di PM10 e PM2,5” (si tratta delle polveri sottili). “Nessuna delle due condizioni è realizzabile nel termine di 90 giorni previsto per l’arresto degli impianti”, evidenzia AdI. E ancora, “con riferimento all’amianto, sono presenti circa 1.690 tonnellate di materiale interamente confinato in sette dei dodici cowper. La sua rimozione – specifica l’azienda – non consiste in una semplice attività di bonifica, ma richiede lo spegnimento degli impianti interessati, l’elaborazione e approvazione dei piani di lavoro, l’esecuzione delle attività di rimozione, il monitoraggio ambientale e la successiva ricostruzione delle strutture demolite. Si tratta di un intervento assimilabile al rifacimento integrale dei cowper, con tempi tecnici stimabili nell’ordine di almeno un anno”.

Per Acciaierie d’Italia, “ancora più evidente è l’impossibilità di soddisfare la seconda condizione posta dal decreto. I limiti di qualità dell’aria per PM10 e PM2,5 richiamati nel provvedimento riguardano le concentrazioni nell’ambiente e non i valori limite alle emissioni convogliate degli impianti industriali. Ad oggi non esistono, nel comparto siderurgico europeo, BAT Conclusions o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano valori limite alle emissioni per PM10 e PM2,5 ai camini. L’eventuale definizione di limiti di questo tipo richiederebbe un autonomo procedimento di riesame dell’Aia, caratterizzato da tempi procedimentali ampiamente superiori a 90 giorni”. “È inoltre destituita di fondamento – sostiene ancora AdI in riferimento alla Valutazione di impatto sanitario, in sigla Vis – l’affermazione secondo cui l’Istituto Superiore di Sanità avrebbe “demolito” la Vis predisposta dal gestore. La Vis costituisce, infatti, parte integrante dell’Aia del 4 agosto 2025. La nota del 26 febbraio 2026, successiva all’approvazione dell’Aia, contiene esclusivamente richieste di approfondimento relative ad alcuni specifici aspetti individuati dalla prescrizione n. 2 dell’Aia. Su tali aspetti – conclude Acciaierie – è stato avviato, su iniziativa di AdIin AS, un apposito tavolo tecnico con Iss, Mase e gli altri enti competenti, i cui lavori sono tuttora in corso”.

Infine, oggi, 8 settembre, si svolgeranno tre incontri convocati dal Governo a Palazzo Chigi sull’ex Ilva e su Taranto: alle 15 con gli enti locali, alle 16 con le associazioni delle imprese e alle 17.30 con i sindacati. E intanto crescono i numeri dei lavoratori che rischiano di subire i contraccolpi della fermata dell’area a caldo dell’acciaieria prevista per fine ottobre. Ai 2.500 licenziamenti collettivi annunciati da 28 imprese associate ad Aigi e che lavorano nel siderurgico, si è aggiunta la comunicazione di Confapi che, attraverso il presidente Fabio Greco, dice che vi sarà per le proprie aziende un incremento di circa 1.700 unità tra licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione. Confapi, però, al contrario di Aigi, non ha ancora attivato le procedure ma ha fatto una previsione. Aigi ha convocato i sindacati – che avevano fatto richiesta urgente – per la mattinata del 10 per discutere dei 2.500 licenziamenti collettivi.

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