
L’astensione odierna é di otto ore. Situazione complicata dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che ha stabilito la chiusura entro 90 giorni dell’area a caldo poiché inquina
Sciopero di otto ore dei lavoratori ex Ilva oggi a Taranto e protesta sulla statale 7, quella esterna al siderurgico, dove é attualmente in corso un presidio di lavoratori e delegati sindacali. Lo sciopero é indetto dalle sigle Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. Benché sia in piedi da ben 14 anni, cioè dal 2012 quando ci fu il sequestro dell’area a caldo da parte della Magistratura di Taranto, adesso il problema ex Ilva si è complicato di molto dopo il decreto di lunedì scorso della Corte d’Appello di Milano che ha stabilito che l’insieme di parchi minerali, cokerie, altiforni, acciaierie e colate continue va fermato entro 90 giorni poiché tra polveri sottili e amianto inquina. E i 90 giorni stanno già decorrendo. Si tratta di un brusco stop ad una fabbrica che già era a passo ridotto con un solo altoforno su tre e un’acciaieria su due, ma che ora non potrà più produrre acciaio e quindi nemmeno alimentare gli impianti a valle (area a freddo) di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Da domani, intanto, partono al Mimit – e sono in programma sino al 6 agosto – una serie di tavoli convocati dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, per vedere come costruire un piano straordinario fatto anche di misure di sostegno per i lavoratori che attualmente sono a rischio. Solo i diretti del gruppo Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria sono poco meno di 10mila, a cui bisogna aggiungere le imprese appaltatrici e dell’indotto in tutta Italia. Ai tavoli del Mimit non ci saranno solo i sindacati, ma anche le istituzioni di Taranto e della Puglia, Confindustria, nazionale e Taranto, Federmeccanica, Federacciai, i commissari di Ilva e di AdI, Cassa Depositi e Prestiti e le varie associazioni territoriali rappresentative del mondo dell’impresa.
Queste ultime, in un’assemblea, chiedono al Governo “un decreto che scongiuri un disastro socio-economico”. E aggiungono: serve “tentare di individuare una soluzione praticabile per salvare un asset industriale che, facendo leva su nuove tecnologie capaci di non impattare sull’ambiente, può ancora dare molto all’intero Paese. La chiusura dell’area a caldo, senza un piano di bonifica e senza un progetto industriale definito, apre interrogativi enormi – rilevano le associazioni -: quali insediamenti si immaginano? Per fare cosa? Con quali tempi e con quali investimenti? Prima si definisce un progetto, poi si chiude un impianto. Sul fondo ci sono sempre potenziali investitori, ma ancora c’è poca chiarezza e questo non aiuta. Quello che serve è un percorso industriale credibile, sostenibile e attuabile con tempi certi, investimenti definiti e responsabilità individuabili”.
“Rendere l’ex Ilva ecocompatibile con un ciclo produttivo che coniughi ambiente e salute, salvaguardando l’occupazione e con lo Stato garante della transizione” è stata sempre, in tutti gli incontri, la richiesta dei sindacati – sostengono Fim, Fiom e Uilm nazionali – e ora “il decreto della Corte d’Appello di Milano che prevede la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni dalla notifica, denota quanto questi ultimi due anni siano passati senza affrontare i nodi posti dal sindacato e dai lavoratori con le mobilitazioni, gli scioperi, il confronto e le denunce”. Le sigle dichiarano la “mobilitazione nazionale permanente” e chiedono “un piano nazionale straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva”.
Per le organizzazioni metalmeccaniche, “la continuità produttiva per noi in nessun modo vuol dire mettere in secondo piano le questioni ambientali e di salute dei lavoratori. È necessario che il Governo riconfermi l’impegno di un progetto industriale complessivo dell’area tarantina e di tutti gli altri territori coinvolti, che veda la siderurgia quale elemento centrale e strategico, a cui affiancare un progetto ed un piano sociale (strumenti di risarcimento per il riconoscimento esposizione rischi, prepensionamento, esodi incentivati, etc.) in grado di poter prevedere soluzioni per tutti i dipendenti dell’ex Ilva”.
Intanto nella protesta odierna, portato in bella evidenza alla testa del corteo di lavoratori e delegati sindacali che é andato sulla statale vicino alla fabbrica, è comparso uno striscione che, riprendendo lo slogan dei prossimi Giochi del Mediterraneo che si svolgeranno dal 21 agosto a Taranto con 4mila atleti dei 26 Paesi dell’area mediterranea, slogan che dice “Embrace The Future”, cioé “Abbracciare il futuro”, chiede provocatoriamente: “Anche per i 20.000 lavoratori AdI AS, Ilva AS e appalto?”. E sotto sono riepilogati i tre temi fondamentali della vertenza ex Ilva: ambiente, salute, lavoro.
Infine, la decisione della Corte d’Appello di Milano ha anche momentaneamente messo in stand by la gara per la cessione dell’azienda proprio quando il gruppo indiano Jindal era ad un passo dall’acquisirla. Dopo il provvedimento dei magistrati, Jindal ha più volte espresso la sua intenzione di prendere egualmente tutta l’azienda, compresa l’area a caldo che non sarà più esercibile alla fine dei 90 giorni stabiliti dai giudici, ma il Governo, anche in base a quello che é emerso dal vertice con i sindacati di martedì scorso a Palazzo Chigi, è orientato a fermare la gara, aggiornare il bando lanciato un anno fa e riperimetrarlo sulla sola area a freddo. Ed essendo l’area a freddo meno complicata da gestire rispetto all’area a caldo – anche se c’é comunque il grosso problema di come alimentarla di acciaio per le lavorazioni -, probabilmente meno dispendiosa come investimenti e soprattutto non gravata da vincoli giudiziari e ambientali, questo potrebbe far scendere in campo gruppi industriali che sinora si sono tenuti alla larga dall’ex Ilva. D’altra parte Urso lo dice: “Mercoledì farò un nuovo appello alle imprese italiane affinché possano valutare di realizzare una cordata per una proposta migliorativa per l’ex Ilva rispetto a quella di Jindal”.
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