Fondi UE, il rischio di fare bene le cose sbagliate: la riforma che cambia le regole di valutazione dal 2028

La proposta del regolamento in discussione al Parlamento europeo e al Consiglio dell’UE punta a semplificare il sistema di valutazione, riducendo gli indicatori sull’uso dei fondi europei dai 5mila attuali che tengono conto delle specificità dei territori, a 900 applicabili in tutti gli Stati membri e in tutte le regioni. Dubbi sulle norme ambientali, sulla coesione e sul reale taglio della burocrazia

Cambiare il modo in cui si misurano, conteggiano e verificano i risultati dei fondi europei. Tra i tanti file in discussione a Bruxelles in vista del nuovo ciclo di bilancio UE al via nel 2028, ce n’è anche uno che si pone questo ambizioso obiettivo. È il Regolamento sulla performance che, per quanto tecnico e complesso, una volta approvato, porterà conseguenze importanti e concrete in tutta l’Unione.

La proposta del regolamento, fatta dalla Commissione nel 2025 e ora in discussione al Parlamento europeo e al Consiglio dell’UE, è improntata alla semplificazione. Nell’attuale bilancio, gli indicatori per valutare l’uso dei fondi europei sono circa 5mila perché ogni programma, nazionale o regionale, ne ha di specifici. La Commissione propone di passare a 900 indicatori, uguali per tutti gli Stati.

Tra gli indicatori ideati dalla Commissione ci sono, per esempio, le imprese beneficiarie di un certo sostegno europeo e i posti di lavoro creati; il numero di insegnanti formati e di bambini con cui lavorano; i megawatt aggiuntivi di energia solare prodotti e le emissioni di CO2 evitate; gli alloggi sociali a emissioni zero ristrutturati e il risparmio energetico garantito e così via anche nei campi della ricerca, della migrazione, del commercio, della difesa, dei trasporti e della salute…

La proposta, inoltre, prevede di raccogliere tutti questi indicatori in un portale unico per l’accesso ai dati e un solo rapporto annuale, che consentirà confronti tra le diverse regioni e i 27 Stati membri.

Complessivamente, si tratta di un grande cambiamento, che vede favorevoli e contrari. Tra i primi vi è Ruggero Razza, che per Fratelli d’Italia siede nella Commissione per i bilanci del Parlamento europeo. “Gli attuali criteri – dichiara – non sono efficaci perché rappresentano un allungamento delle procedure tanto a livello europeo quanto a livello periferico” e quindi, a suo giudizio, la standardizzazione è inevitabile.

Di tutt’altro avviso, invece, è Luca Menesini, consigliere della provincia di Lucca e membro socialista del Comitato europeo delle regioni, per il quale è stato relatore proprio di questo file. “Si passa da un vecchio modello cucito su misura a un modello standardizzato”, attacca. “Gli indicatori ora in uso sono frutto di un percorso progressivo concertato con l’autorità di gestione di ciascun programma in ciascun Paese, mentre i 900 proposti sono frutto di una bolla bruxellese”, aggiunge.

Il nuovo Regolamento sulla performance non servirà solo a valutare l’efficacia dei singoli interventi, ma contribuirà anche al raggiungimento (o al fallimento) degli obiettivi UE trasversali. Ogni intervento, infatti, può contribuire per il 100%, 40% o 0% del suo importo al raggiungimento dei valori minimi di spesa che il nuovo bilancio dovrebbe prevedere per clima, ambiente e sociale.

Per esempio, la spesa per costruire alloggi per persone senza dimora, conta al 100% per il raggiungimento degli obiettivi sociali ma anche al 40% per quelli climatici, perché le nuove costruzioni devono rispettare alcuni criteri di efficienza energetica.

La Commissione, infine, propone anche dei principi da applicare a tutte le spese previste dal bilancio UE: la parità di genere, il rispetto di condizioni di lavoro dignitose e il cosiddetto DNSH, il principio del ’non danneggiare l’ambiente’ (dall’inglese Do No Significant Harm). Quest’ultimo è al centro di una forte tensione al Parlamento europeo, con socialisti, verdi e liberali che lo considerano intoccabile mentre il Partito popolare europeo vorrebbe quantomeno alleggerirlo, se non abolirlo totalmente grazie a un’alleanza con le estreme destre.

Le preoccupazioni per il nuovo regolamento, però, non riguardano solo politiche climatiche e ambientali, ma anche quelle della coesione. “Non è stato fatto nessun tipo di valutazione dell’impatto territoriale di questo nuovo sistema, rispetto a tutto ciò che fino ad oggi è stato portato avanti”, riprende Menesini del Comitato delle Regioni.

Gli enti locali, già in agitazione sia per la nuova architettura del bilancio sia per l’annuncio di tagli alla coesione, temono che il regolamento sulla performance possa peggiorare ulteriormente la situazione. “Per questo – riprende Menesini – chiediamo di inserire anche un principio del ‘non danneggiare la coesione’, cioè di fare una valutazione da un punto di vista di coesione territoriale di tutte le politiche che vengono implementate”.

C’è poi la questione della burocrazia. Secondo le stime della Commissione, l’attuazione del nuovo quadro dovrebbe portare a una riduzione di almeno il 25% degli oneri amministrativi. La Corte dei Conti UE, però, è meno ottimista e, in un recente rapporto, ha sottolineato che la semplificazione può essere realizzata principalmente tra la Commissione e gli Stati membri, mentre il livello di onere amministrativo a livello nazionale, regionale e dei beneficiari potrebbe rimanere invariato o addirittura aumentare. Una possibilità, quest’ultima, che Menesini e Razza rigettano entrambi con forza.

“La nostra linea rossa è evitare di gravare gli enti di oneri aggiuntivi rispetto a quelli che già oggi hanno e fare in modo che la spesa arrivi in tempi rapidi là dove i piani la indicheranno”, spiega Razza. Il riferimento è ai nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali (PPNR) che gli Stati membri dovranno approvare con l’avvio del nuovo bilancio, dopo averli concordati con le Regioni e negoziati con la Commissione.

Il modello cui si ispirano è quello del Piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR), con pagamenti basati sugli obiettivi raggiunti piuttosto che sulla spesa effettuata. In pratica, per fare esempi tratti proprio dal PNRR Italiano, la Commissione ha versato i fondi all’Italia una volta raggiunto un determinato numero di asili nido terminati o studentati finiti, e non sulla base di quanti euro ha effettivamente sborsato per costruirli.

Questo metodo, secondo un rapporto del Parlamento europeo, “aumenta il rischio di errori, doppi finanziamenti e frodi”, ma potrebbe anche nascondere un’ulteriore criticità, sempre legata alla scelta degli indicatori.

Menesini teme che Governi ed enti locali finiscano per “spendere il più possibile per far vedere all’Unione Europea che sono performanti” privilegiando “una valutazione quantitativa e non qualitativa della spesa”, che non prende in considerazione la complessità di certi interventi, soprattutto di natura sociale. Razza, che ha anche lui ha lavorato a livello regionale in Sicilia prima di arrivare a Bruxelles, crede che quella del collega sia “una giusta preoccupazione”, ma che “in concreto, rischia di avere un impatto minore”.

Eppure, un documento del centro studi del Parlamento europeo mette in guardia i legislatori che saranno chiamati nei prossimi mesi a trovare un accordo sul Regolamento sulla performance: “esiste il rischio che la Commissione e gli Stati membri si concentrino su ciò che è più facile da misurare e rendicontare, piuttosto che su ciò che è più rilevante dal punto di vista politico”. Il pericolo è che, una volta cambiato il sistema, ci si ritrovi a fare le bene le cose sbagliate.

C’è poi la questione della burocrazia. Secondo le stime della Commissione, l’attuazione del nuovo quadro dovrebbe portare a una riduzione di almeno il 25% degli oneri amministrativi. La Corte dei Conti UE, però, è meno ottimista e, in un recente rapporto, ha sottolineato che la semplificazione può essere realizzata principalmente tra la Commissione e gli Stati membri, mentre il livello di onere amministrativo a livello nazionale, regionale e dei beneficiari potrebbe rimanere invariato o addirittura aumentare. Una possibilità, quest’ultima, che Menesini e Razza rigettano entrambi con forza.

“La nostra linea rossa è evitare di gravare gli enti di oneri aggiuntivi rispetto a quelli che già oggi hanno e fare in modo che la spesa arrivi in tempi rapidi là dove i piani la indicheranno”, spiega Razza. Il riferimento è ai nuovi Piani di partenariato nazionali e regionali (PPNR) che gli Stati membri dovranno approvare con l’avvio del nuovo bilancio, dopo averli concordati con le Regioni e negoziati con la Commissione.

Il modello cui si ispirano è quello del Piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR), con pagamenti basati sugli obiettivi raggiunti piuttosto che sulla spesa effettuata. In pratica, per fare esempi tratti proprio dal PNRR Italiano, la Commissione ha versato i fondi all’Italia una volta raggiunto un determinato numero di asili nido terminati o studentati finiti, e non sulla base di quanti euro ha effettivamente sborsato per costruirli.

Questo metodo, secondo un rapporto del Parlamento europeo, “aumenta il rischio di errori, doppi finanziamenti e frodi”, ma potrebbe anche nascondere un’ulteriore criticità, sempre legata alla scelta degli indicatori.

Menesini teme che Governi ed enti locali finiscano per “spendere il più possibile per far vedere all’Unione Europea che sono performanti” privilegiando “una valutazione quantitativa e non qualitativa della spesa”, che non prende in considerazione la complessità di certi interventi, soprattutto di natura sociale. Razza, che ha anche lui ha lavorato a livello regionale in Sicilia prima di arrivare a Bruxelles, crede che quella del collega sia “una giusta preoccupazione”, ma che “in concreto, rischia di avere un impatto minore”.

Eppure, un documento del centro studi del Parlamento europeo mette in guardia i legislatori che saranno chiamati nei prossimi mesi a trovare un accordo sul Regolamento sul quadro della performance: “esiste il rischio che la Commissione e gli Stati membri si concentrino su ciò che è più facile da misurare e rendicontare, piuttosto che su ciò che è più rilevante dal punto di vista politico”. Il pericolo è che, una volta cambiato il sistema, ci si ritrovi a fare le bene le cose sbagliate.

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