
Le regioni italiane, da Fontana (Lombardia) ai governatori progressisti, bocciano il nuovo quadro finanziario Ue: i fondi andranno ai governi centrali e spariscono i programmi operativi regionali. “Presto potremo chiudere una parte dei nostri uffici”. Per la presidente del Comitato delle regioni Kata Tüttő è un cambio d’architettura profondo, ma sul negoziato per ora regna la confusione
BRUXELLES – “Se questa è la strada, presto potremo chiudere una parte dei nostri uffici regionali”. Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, in missione a Bruxelles come molti altri suoi colleghi nella settimana dedicata alla regioni e alle città europee che coincide con un consiglio europeo cruciale per il prossimo bilancio di lungo termine, è drastico nel bocciare le proposte su cui i capi di stato e di governo provano a trovare un accordo all’unanimità entro la fine dell’anno. E se questo vale per la Lombardia, una delle regioni più ricche dell’UE, la situazione è ancora più preoccupante per le altre. Perciò non è un caso che lo stesso giorno in cui Fontana incontrava il commissario per la coesione e le riforme, Raffaele Fitto, e la presidente del Comitato delle regioni, Kata Tüttő, sei suoi colleghi dell’area progressista (Antonio Decaro per la Puglia, Stefania Proietti per l’Umbria, Alessandra Todde per la Sardegna, Michele de Pascale, per l’Emilia-Romagna, Eugenio Giani per la Toscana e Roberto Fico per la Campania, dicevano cose simili al Parlamento europeo, firmando una dichiarazione congiunta per “un’Europa dei territori e non un’Europa dei tagli”.
“L’architettura del nuovo quadro finanziario pluriennale dell’Unione è profondamente cambiata, perché i fondi adesso andranno ai governi centrali che decideranno dove investirli” ha sintetizzato la presidente del Comitato delle regioni. “Non saranno più le regioni a costruire le politiche per i territori. È un grande cambiamento: fino ad oggi la coesione ha permesso di investire in tutte le regioni d’Europa, collegando i territori al mercato unico”.
Dunque non è tanto una questione di risorse (il bilancio annuale della Ue equivale al Pil della Lombardia, ha ricordato Tüttő) quanto soprattutto di governance. “E’ una strada molto pericolosa – spiega Fontana – perché assistiamo ad una doppia centralizzazione della gestione delle risorse, verso il governo nazionale e verso la Commissione europea, ancora più inaccettabile per me che sono autonomista e federalista”. Per dare una dimensione, la Corte dei conti europea ha calcolato che la percentuale di fondi a gestione condivisa (come Coesione e Pac) scende dal 66% del bilancio 21-27 al 46% del 28-34: una prospettiva che secondo la Corte non solo può presentare “sfide amministrative” per la Commissione, ma può anche compromettere la distribuzione geografica della spesa”
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