Fringe benefit, così ogni euro di welfare genera sull’economia un effetto 4 volte superiore a un taglio Irpef

Cottarelli e Galli: «Rendere permanenti i benefici fiscali dei fringe benefit»

Il welfare aziendale produce un effetto sul Pil quattro volte superiore a quello di un equivalente taglio Irpef, grazie all’effetto moltiplicatore della misura e al suo impatto diretto sulla domanda. Un taglio delle imposte dell’1% genera normalmente un aumento del PIL solo dello 0,11% traducendosi prevalentemente in risparmio privato, i fringe benefit invece impongono l’effettiva spesa della somma in tempi brevi, con un effetto diretto sul PIL e, di riflesso, sul gettito fiscale a favore delle pubbliche amministrazioni. Sono le conclusioni cui è giunta la ricerca dei Prof. Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani, presentata ad un evento sui fringe benefit e il welfare aziendale organizzato da Satispay a Roma.

Ipotizzando una spesa aggiuntiva in welfare aziendale di 1 miliardo di euro, utilizzando i moltiplicatori della spesa derivanti dal modello econometrico della Banca d’Italia, il PIL crescerebbe di 800 milioni il primo anno e di 1,25 miliardi al terzo, con un recupero di gettito fiscale di circa 280 milioni nel primo anno e 480 milioni al terzo. Il costo netto effettivo della stabilizzazione si attesterebbe in un primo periodo a circa 648 milioni di euro l’anno, in linea con quanto già stanziato per il triennio 2025-2027. “Dalla nostra analisi emerge come la temporaneità dei benefici fiscali sia tra i fattori frenanti gli investimenti strutturali delle imprese nel welfare aziendale. Renderne permanente il regime attuale potrebbe favorire una diffusione più capillare della misura, con costi per le casse dello Stato che resterebbero contenuti e in linea con le stime nei primi anni. Rispetto ad altri interventi di sostegno, la stabilizzazione del welfare presenta inoltre un netto vantaggio macroeconomico: incentivando direttamente la spesa delle famiglie, sostiene la domanda interna e genera un impatto positivo sul PIL fino a quattro volte più elevato rispetto a riduzioni fiscali generalizzate” avvertono Cottarelli e Galli.

Sul versante delle imprese e dei lavoratori, lo studio del Politecnico di Milano fotografa un welfare aziendale già largamente adottato. La ricerca evidenzia che il 77% delle aziende con più di 10 dipendenti eroga già almeno una forma di benefit, ma è strutturalmente esposto all’incertezza normativa. Il 22% dei datori di lavoro indica questa incertezza come ostacolo principale all’introduzione o all’ampliamento del fringe benefit.

Le conseguenze di una mancata proroga sarebbero immediate: il 20% delle aziende intervistate dichiara apertamente che taglierebbe il budget welfare, il 16% ridurrebbe l’importo fino alla nuova soglia di esenzione, mentre il 40% non sa determinare come reagirebbe. A pagarne le spese sarebbero i lavoratori: il 53% usa il fringe benefit per acquistare beni di prima necessità, e il 93% delle risorse destinate ai buoni acquisto viene effettivamente speso contro il 64-67% delle forme di flexible benefit più vincolate. Senza fringe benefit, il 47% degli acquisti per cura della persona e il 26% di quelli per cultura, intrattenimento e arredamento semplicemente non verrebbero fatti. “Il fringe benefit è oggi lo strumento di welfare con il tasso di utilizzo più alto e l’impatto più diretto sul potere d’acquisto reale dei lavoratori. I nostri dati mostrano con chiarezza che l’incertezza normativa non è un problema teorico: si traduce in scelte concrete delle aziende, che rinunciano a investire in welfare quando non possono pianificare su orizzonti pluriennali. Stabilizzare le soglie significa sbloccare un potenziale ancora largamente inespresso” commenta Martina Mauri, Direttrice dell’Osservatorio HR Innovation, Politecnico di Milano.

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