Fuga di cervelli, il conto per l’Italia arriva fino a 11,4 miliardi persi all’anno

La cifra, citata nello studio realizzato da Teha Group con Philip Morris Italia, tiene conto della formazione di chi lascia il Paese e del valore aggiunto potenziale non generato

Un laureato su tre tra chi lascia l’Italia porta con sé una competenza che lo Stato ha pagato per formare e che un altro Paese incasserà gratis. È uno dei dettagli al centro dello studio “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, realizzato da Teha Group con Philip Morris Italia e presentato a Cernobbio nell’ambito del Forum “Lo Scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”.

I dati sono sempre utili a raccontare la fuga di cervelli italiana. Nel 2024 oltre 141mila cittadini italiani hanno trasferito la residenza all’estero: di questi, circa 45mila, con almeno una laurea. Negli ultimi dieci anni il Paese ha perso oltre 300mila cittadini qualificati. I dati preliminari 2025 segnalano però un ridimensionamento dei flussi, -22,7% rispetto al 2024, legato alle modifiche sull’iscrizione al registro Aire. Il conto per lo Stato resta comunque pesante: 7,2 miliardi di euro l’anno di spesa pubblica per la formazione dei laureati che se ne vanno, cifra che sale a 10,7-11,4 miliardi se si include il valore aggiunto potenziale non generato.

«Questo fenomeno incide sulla capacità dell’Italia di trasformare competenze, conoscenza e innovazione in maggiore produttività e crescita economica, generando per lo Stato un costo stimato di 7,2 miliardi di Euro annui per la formazione di capitale umano che non contribuisce più al sistema Paese» ha commentato Valerio De Molli, Managing Partner & Ceo di The European House – Ambrosetti e Teha Group.

La survey condotta da Teha tra i vertici aziendali della propria business community fotografa la percezione delle imprese: il 93,9% considera il fenomeno problematico o molto problematico, e circa un’azienda su due ne segnala un impatto rilevante sul business.

Tra le cause indicate, le retribuzioni basse rispetto al costo della vita pesano per l’82,1% dei rispondenti, seguite dalla sfiducia nel futuro del Paese (46,4%) e dalle scarse opportunità di lavoro (35,7%). Il 75% delle imprese dichiara comunque di essersi già dotato di una strategia di attrazione e retention, puntando su formazione continua, lavoro flessibile e percorsi di carriera strutturati.

Ad integrazione delle misure già in vigore, come il regime speciale per lavoratori impatriati e quello per docenti e ricercatori, lo studio propone una Roadmap nazionale su cinque direttrici: incentivi alle imprese che investono in retribuzioni e occupazione stabile; un’Italy Talent Visa per semplificare l’ingresso di talenti internazionali; il rafforzamento del collegamento tra università, ricerca e imprese; misure di supporto alla mobilità e alle famiglie per favorire l’insediamento nei territori; un fondo dedicato al deep tech per rendere più competitivo l’ecosistema startup.

Le simulazioni indicano la posta in gioco: senza interventi strutturali, lo scenario inerziale al 2035 prevede una perdita cumulata di circa 760mila laureati, un mancato recupero di oltre 120 miliardi di euro di investimento formativo e fino a 307 miliardi di PIL potenziale bruciato. Con la Roadmap pienamente attuata, lo studio stima invece un recupero potenziale di circa 119mila laureati entro il 2035 e un impatto positivo fino a 11,1 miliardi di euro di Pil aggiuntivo annuo nello scenario più ambizioso.

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