Furti, incendi, tagli di ulivi secolari: le intimidazioni non fermano Patrizia Rodi Morabito, imprenditrice agricola a Rosarno

Premio Lea Garofalo nel 2024, la donna lavora per dare un futuro alla sua tenuta, seguendo i metodi di Pierre Rabhi: biodinamica e “sobriété heureuse”

Non sa nemmeno lei come definire quello che ormai, con una certa frequenza, accade nella sua proprietà, Tenuta Badia, 60 ettari di agrumeti e uliveti a Rosarno: intimidazioni, ritorsioni, attentati? Patrizia Rodi Morabito, imprenditrice agricola in un’area della Piana di Gioia Tauro fertile e rigogliosa, infestata però da caporali e varia criminalità, ha il passo felpato. È cauta nel raccontare le vessazioni che subisce in quei terreni che il padre 14 anni fa le ha consegnato: tagli di ulivi, piantagioni di kiwi e melograni date alle fiamme, furti di quintali di agrumi e attrezzature. Nell’ultimo mese tre incendi. «E solo per citare i fatti più eclatanti – spiega -. Provocati da chi? Non lo so. Nessuno li ha rivendicati», afferma l’imprenditrice rosarnese. Che è stanca ma non arretra.

«Loro mi bruciano i kiwi? E io bonifico il terreno e ci impianto un altro frutteto. Mi tagliano gli ulivi e io li rimpiazzo. Ricomincio sempre da dove mi creano il problema. Riparto dalle ferite inflitte alla mia terra». E alla terra si rivolge con amore e rispetto, seguendo gli insegnamenti dell’agroecologia. Usa metodi naturali per arricchire il terreno, difendere le colture dai parassiti ed evitare i prodotti chimici di sintesi.

Rispetto della biodiversità e dei diritti di chi lavora la terra, secondo le teorie del filosofo contadino francese Pierre Rabhi, di origini algerine, elaborate a partire dal pensiero di Ehrenfried Pfeiffer, teosofo statunitense, e dal filosofo austriaco Rudolf Steiner. Rabhi è stato il fondatore dei Colibris, una rete alternativa globale che pratica nuovi modelli di società fondati sull’autonomia alimentare, l’ecologia e l’umanesimo nel segno di una ‘sobrietà felice’: agricoltura unita all’ etica. Ed ecologia interiore.

«Anche questo mio approccio dà fastidio. Io mi adatto alla terra, accompagno le piante nella loro crescita – spiega Rodi Morabito -, non le violento con la chimica, taglio l’erba solo quando serve, per mantenere il terreno più fresco e umido, eseguo con rigore le potature dei miei ulivi secolari, richiedendo le autorizzazioni previste, attendendo gli ispettori. Vogliono indebolirmi? Io invece faccio un passo avanti ogni giorno. Come una monaca benedettina».

Premio Lea Garofalo nel 2024, la donna che fu vittima di ‘ndrangheta, uccisa nel novembre del 2009 dal suo ex compagno, l’imprenditrice rosarnese colleziona riconoscimenti nel segno della legalità. Attestati che fanno un po’ da barriera di protezione, rendendo pubblica la sua attività e anche i danni subiti. Un’esposizione che Patrizia Rodi Morabito non avrebbe voluto, ma con cui deve convivere. Anche le forze dell’ordine non la perdono d’occhio. Sindacati e istituzioni le esprimono solidarietà in ogni occasione, contro la logica della sottomissione criminale. «Cammino sul filo di un rasoio. Ma ricevo tanti segnali di attenzione, tanta solidarietà e non ho paura per me stessa. Semmai inizia a sorprendermi l’accanimento, gli episodi che si verificano di continuo».

Intanto l’imprenditrice porta avanti i suoi impegni: nella tenuta c’è sempre da fare, pulire, smuovere la terra e fare spazio a nuove colture. Ciclicamente bisogna raccogliere gli agrumi. Una parte viene conferita a un’azienda locale che produce succhi di frutta. La sua attività come membro di giunta della Camera di Commercio di Reggio Calabria, poi, la impegna quasi quotidianamente in veste di rappresentante del settore agricoltura. Su delega di Ninni Tramontana, presidente dell’ente reggino, l’imprenditrice è stata inserita anche nella cabina di regia che si occupa della stazione sperimentale degli olii essenziali di bergamotto e dei semilavorati degli agrumi. Dirigente di Codiretti, Patrizia Rodi Morabito qualche giorno fa è entrata nel consiglio di amministrazione della cooperativa Della Terra – Contadinanza necessaria, fondata da Nino Quaranta, una realtà significativa nella zona: coltiva terre confiscate alla ‘ndrangheta nell’ambito di un progetto che combatte lo sfruttamento del lavoro e della terra nella piana di Gioia Tauro. Nei campi, braccianti con contratto o contoterzisti specializzati.

Non era nemmeno previsto che Patrizia Rodi Morabito tornasse a Rosarno e prendesse in mano le redini dell’azienda di famiglia: «Quando sono arrivata in Calabria, dopo aver girato il mondo e vissuto a lungo a Roma, pensavo di continuare a fare quello che sapevo fare, lavorare l’argilla, la pietra, scolpire, dipingere. E invece ho esaudito il desiderio di mio padre, condurre insieme a mia sorella, che però vive fuori, la collina di Tenuta Badia. Negli anni mi sono appassionata. Anche perché questo lavoro è molto simile a quello dell’artista. Progettazione, studio, attesa, sviluppo. Non è stato facile, sono stata discriminata, ero donna, single, forestiera secondo la gente del posto, contraria ai metodi tradizionali con cui qui si faceva agricoltura. Il patriarcato era forte. In azienda c’erano solo maschi. Ma mi sono assunta il rischio – conclude l’imprenditrice -. E ho scoperto che in Calabria ci sono molte realtà virtuose, terre coltivate a biologico e pratiche sostenibili, prodotti di grande qualità, compensi equi per gli agricoltori. E tante donne impegnate in agricoltura che possono fare la differenza».

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