
La risposta di Confcommercio: «Il problema salariale sicuramente esiste e va affrontato, ma non può essere utilizzato per trasformare ogni forma di lavoro a tempo parziale nella categoria del lavoro povero»
In una nota, Filcams Cgil denuncia le condizioni di lavoro dei dipendenti della grande distribuzione organizzata: il modello occupazionale della filiera è «fondato su contratti di 20 ore settimanali» e, secondo il sindacato, in quasi sei casi su dieci (il 57,8%) il part time sarebbe imposto e non scelto.
In risposta a queste rivendicazioni, Confcommercio spiega che «il problema salariale sicuramente esiste e va affrontato, ma non può essere utilizzato per trasformare ogni forma di lavoro a tempo parziale nella categoria del lavoro povero».
Nel commercio, spiega Filcams, il lavoro a tempo parziale è diventato «uno strumento di impoverimento strutturale». Il sindacato afferma infatti che il 38,2% dei dipendenti lavora part time -849.120 su un totale di 2.221.670 – mentre la media generale dell’economia italiana si attesta al 27,4 per cento. Il fenomeno, prosegue la nota, è poi caratterizzato da un forte divario di genere, riguardando il 54,6% delle lavoratrici e solo il 22,9% dei lavoratori uomini.
Questo meccanismo «produce salari insufficienti, rende impossibile costruire un reddito adeguato e allo stesso tempo impedisce al lavoratore di cercare una seconda occupazione».
È proprio qui, prosegue Filcams, che entra in gioco il tema delle aperture festive e domenicali: per decine di migliaia di lavoratori l’estate significa «turni più intensi, ritmi di lavoro più pesanti e la rinuncia al diritto al riposo». Ipermercati e centri commerciali continuano a essere affollati anche nel periodo estivo, mentre il consumo «si regge sulle spalle di chi, l’estate, non riesce a viverla». Il segretario generale di Filcams Fabrizio Russo aggiunge che «non possiamo continuare ad accettare che il diritto allo svago e al tempo libero di milioni di persone venga garantito attraverso il sacrificio permanente di chi lavora nel commercio».
Russo dichiara infatti che «dietro ogni centro commerciale aperto a Ferragosto ci sono lavoratrici e lavoratori che chiedono semplicemente salari dignitosi, orari sostenibili, stabilità occupazionale e il diritto a conciliare lavoro e vita privata».
Secondo Filcams, la «deregolamentazione degli orari commerciali non ha prodotto né più occupazione né un reale incremento dei consumi. Ha invece alimentato un modello che scarica il peso della competitività esclusivamente sulle condizioni di lavoro, aumentando precarietà, flessibilità forzata e disponibilità continua».
Per queste ragioni, sottolinea Russo, «è arrivato il momento di rimettere al centro la qualità del lavoro e di superare un modello che produce lavoro povero e precarietà. Occorre riaprire il confronto sulle aperture festive e restituire valore al lavoro nel commercio, attraverso la contrattazione e un nuovo equilibrio tra esigenze delle imprese e diritti delle persone».
Nella nota, Filcams conclude affermando che «è tempo di cambiare paradigma. La competitività del commercio non può continuare a essere costruita comprimendo salari, diritti e tempi di vita. Un settore che occupa quasi tre milioni di persone merita investimenti sul lavoro di qualità, sul rafforzamento della contrattazione, sull’aumento delle ore contrattuali e su una diversa regolazione delle aperture commerciali. Perché non può esserci un consumo sostenibile se a pagare il prezzo sono sempre le lavoratrici e i lavoratori».
Il vicepresidente di Confcommercio con incarico alla contrattazione collettiva, Mauro Lusetti, ha risposto sottolineando che «ogni anno ritorna, puntuale, il dibattito estivo sulle attività lavorative e sugli orari di lavoro».
Le parti sociali che disciplinano la contrattazione collettiva del settore, secondo Lusetti, «sono sempre sensibili alle istanze dei lavoratori, così come alle esigenze del mercato e delle imprese. Il punto di equilibrio tra le esigenze dei singoli lavoratori e quelle delle imprese, chiamate a rispondere alla domanda dei consumatori soprattutto nel periodo estivo e nelle località di villeggiatura, è e deve rimanere innanzitutto materia di confronto tra le parti sociali. Soprattutto sui temi della qualità del lavoro, delle retribuzioni, degli orari e della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro».
Tuttavia, spiega Lusetti, occorre evitare «slogan» ed «equazioni semplicistiche». Il riferimento è alla qualità dell’occupazione: «è fuorviante considerare, a priori, il part time come sinonimo di lavoro povero e precarietà», afferma il vicepresidente.
Le analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio, dichiara poi la confederazione in una nota, «consentono invece di distinguere fenomeni che troppo spesso vengono impropriamente sovrapposti: la povertà lavorativa non coincide automaticamente con il livello della retribuzione e dipende anche dalla quantità di lavoro effettivamente svolto, dalle ore e dalle giornate lavorate».
Per concludere, Confcommercio ricorda che «non va dimenticato il ruolo del terziario nella creazione di occupazione: negli ultimi anni i servizi hanno mostrato una capacità di assorbimento occupazionale significativamente superiore a quella della manifattura. Part time e precarietà non sono sinonimi e confondere i due fenomeni significa offrire una lettura semplicistica di un mercato del lavoro molto più articolato».

