Genoma umano, 5 mln di varianti:  il rischio di sovrainterpretare il Dna

Trovare un’alterazione genetica non equivale necessariamente a prevedere una malattia e il rischio di attribuire un significato clinico eccessivo a risultati incerti cresce insieme alla quantità di informazioni disponibili

Con il sequenziamento genetico sempre più accessibile, aumenta la possibilità di individuare varianti associate a malattie anche nelle persone sane. Ma una predisposizione genetica non è una diagnosi: uno studio su quasi un milione di genomi definisce che cosa aspettarsi dal Dna di ciascuno di noi e offre nuovi riferimenti per interpretare i test.

Leggere il Dna per diagnosticare una malattia, identificare una predisposizione o stimare il rischio di sviluppare una patologia in futuro: con la crescente disponibilità dei test genetici, queste possibilità si stanno ampliando. Ma più aumenta la capacità di individuare varianti associate a malattie, più diventa importante capire che cosa significhino davvero. Perché trovare un’alterazione genetica non equivale necessariamente a prevedere una malattia, e il rischio di attribuire un significato clinico eccessivo a risultati incerti cresce insieme alla quantità di informazioni disponibili.

A fare il punto su questo problema è uno studio dell’Università di Exeter, pubblicato su Genome Medicine, che ha analizzato i dati di quasi un milione di persone coinvolte in due grandi biobanche, la britannica Uk Biobank e l’americana All of Us. L’obiettivo è definire che cosa contenga un genoma umano «medio», offrendo a medici e ricercatori un riferimento per distinguere la normale variabilità genetica dalle alterazioni potenzialmente rilevanti per la salute.

Ogni persona presenta mediamente circa cinque milioni di varianti genetiche, cioè posizioni del Dna in cui la sequenza differisce da quella di riferimento. Circa 10mila interessano le sequenze dei geni e possono modificarne la funzione, con conseguenze molto diverse: da caratteristiche come l’intolleranza al lattosio alle differenze nella risposta ai farmaci, fino ad alterazioni associate a malattie. Molte varianti, tuttavia, non hanno effetti clinicamente significativi.

L’analisi mostra inoltre che ciascun individuo porta generalmente da una a tre varianti rare già associate a malattie genetiche gravi. Questo dato non equivale a una diagnosi: alcune varianti, per esempio, possono indicare uno stato di portatore senza comportare lo sviluppo della patologia. A queste si aggiungono circa 50 varianti rare il cui significato clinico resta incerto, perché le conoscenze disponibili non consentono di stabilirne con sicurezza gli effetti.

I ricercatori hanno esaminato anche i punteggi di rischio poligenico, strumenti che combinano gli effetti di numerose varianti per stimare la predisposizione a patologie comuni. Considerando 28 condizioni, [...]

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