
La misura, prevista per il 2027, mira a stimolare i consumi ma incontra opposizioni interne e rischi inflazionistici
Il governo giapponese ha presentato un piano che punta a portare dall’8% all’1% l’aliquota Iva su cibo e bevande, azzerandola di fatto per due anni a partire dall’aprile 2027. Una scelta fortemente voluta dalla premier Sanae Takaichi.
A fine luglio la premier conservatrice ha reso ufficiale il piano, puntando a una decisione del governo la prossima settimana, con l’approvazione della legge in Parlamento in autunno. La misura costerebbe circa 10.000 miliardi di yen (55,10 miliardi di euro), e la premier esclude il ricorso a titoli di Stato per finanziarla e promette che il taglio resterà temporaneo, senza clausole che ne consentano la proroga. Nel Partito Liberaldemocratico (Ldp), tuttavia, il consenso non è unanime, segnala il giornale progressista. In una riunione della commissione fiscale interna, il 31 luglio, l’opposizione al piano ha prevalso sui favorevoli con un rapporto di circa 6 a 4. Tra i critici, l’ex ministra della Difesa Tomomi Inada, secondo cui «non è stata trovata alcuna copertura finanziaria» per la misura. Prima di arrivare in aula, il testo dovrà comunque ottenere l’approvazione unanime del consiglio generale dell’Ldp.
Secondo il quotidiano Mainichi Shimbun, il programma voluto dall’esecutivo di Tokyo sarebbe una scelta miope, che rischia di lasciare in eredità nuovi problemi al Paese senza risolvere quelli attuali. Secondo il giornale, la misura – la prima riduzione dell’imposta sui consumi dalla sua introduzione nel 1989, non è frutto di un dibattito approfondito sulle sfide strutturali che il Giappone deve affrontare, a partire dal calo delle nascite e dall’invecchiamento della popolazione. L’Iva, ricorda il Mainichi, è una fonte di gettito essenziale per finanziare la spesa sociale in continua crescita, e la sua riduzione rischia di alimentare, anziché contenere, l’inflazione: produttori e distributori potrebbero infatti approfittarne per alzare i prezzi, come già accaduto in alcuni Paesi europei che hanno adottato misure simili.
In questo contesto di aumento della spesa pubblica, pochi giorni fa le autorità giapponesi erano intervenute sul mercato valutario, acquistando yen e vendendo dollari, dopo che la moneta nipponica era scivolata al livello più debole degli ultimi 39 anni, fino a sfiorare quota 164 sul biglietto verde. Secondo stime basate sui dati della Banca del Giappone (BoJ), l’ammontare dell’operazione si aggirerebbe tra i 6.000 e i 7.000 miliardi di yen, pari a circa 32-37 miliardi di euro. Si tratta del primo intervento diretto da quello effettuato tra aprile e maggio, quando Tokyo aveva speso una cifra record di 11.700 miliardi di yen. Anche in questo caso, la mossa ha avuto l’appoggio di Washington: il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha definito lo yen «molto sottovalutato», rimarcando che una volatilità eccessiva «non è salutare» per i mercati. In questo scenario, nella notte tra giovedì e venerdì in circa 50 minuti la valuta giapponese ha toccato quota 157,80 sul dollaro, prima di tornare a indebolirsi in Asia. La ministra delle Finanze, Satsuki Katayama, non ha confermato l’intervento ma ha assicurato «massima vigilanza».
Nel frattempo a Banca del Giappone ha lasciato invariato il tasso di riferimento all’1%, ai massimi da 31 anni dopo il rialzo di giugno, ma il governatore Kazuo Ueda ha annunciato la possibilità di «accelerare» i futuri aumenti, citando tra i fattori di rischio proprio la debolezza dello yen, oltra alla domanda legata all’intelligenza artificiale, e le tensioni in Medio Oriente. L’aumento dei costi energetici continua infatti a ripercuotersi inevitabilmente sulle economie importatrici, come quella giapponese, dove il rincaro del greggio, unito alla debolezza dello yen, sta già alimentando pressioni inflazionistiche sui prezzi al consumo. La BoJ prevede un’inflazione «chiaramente sopra il 2%» dalla seconda metà dell’anno fiscale 2026 e una crescita economica dello 0,6%. I mercati scommettono su un nuovo rialzo dei tassi entro fine anno.