
Presentato anche il «Marchio del biologico italiano» che affiancherà il logo di produzione bio della Ue
Cresce il valore dei consumi bio, ma calano le superfici coltivate e gli operatori del settore. È la fotografica che emerge dal report “Bio in cifre” curato da Ismea in collaborazione con Ciheam Bari, nell’ambito dei programmi Masaf “DimecobioI” e “Pro4DatiBioRO4”, di cui sono stati diffusi i dati salienti in occasione di un un convegno organizzato a Roma per la Giornata europea del biologico istituita dalla Commissione Europea nel 2021 per promuovere l’agricoltura biologica e sensibilizzare il pubblico sui suoi benefici.
Nell’occasione è stato anche presentato il Marchio biologico italiano, che affiancherà il logo di produzione bio dell’Unione europea. Il marchio, formato dall’intreccio di tre foglie, verde bianca e rossa, identificherà in modo chiaro i prodotti biologici realizzati con materie prime coltivate o allevate in Italia, contribuendo, sottolinea il Masaf in una nota, «a tutelare le produzioni nazionali e all’ulteriore sviluppo di un settore in cui l’Italia continua a essere un punto di riferimento nella Ue».
Più nel dettaglio, nel 2025 si rafforza la dinamica positiva dei consumi domestici, in aumento del 9,2% rispetto all’anno precedente, che raggiunge i 4,4 miliardi di euro, il più alto mai registrato, con una incidenza del 4% sul valore totale della spesa agroalimentare nazionale.
Sono 8 le regioni insieme alla Provincia autonoma di Bolzano che hanno già superato l’obiettivo europeo del 25% di Superficie agricola utilizzata bio, che nel 2025 ha un’incidenza complessiva del 19,4% sul totale della superficie nazionale (2.377.749 ettari).
Ma nel 2025 l’Italia, con 2,37 milioni di ettari coltivati a biologico, perde il 5,4% delle superfici rispetto all’anno precedente. Le aziende agricole bio sono 85.443 e gli operatori biologici totali 95.386, in calo dell’1,8%.
Il calo della Sau, secondo Federbio è dovuto soprattutto delle aree in conversione (-24,4%), che riguarda in particolare i prati pascoli. Le superfici già certificate bio restano invece sostanzialmente stabili (-0,5%).
«Finalmente sembra che il biologico stia penetrando nella coscienza dei nostri consumatori, anche se è evidente che c’è tanta strada ancora da fare e il bollino è fondamentale perché oggi, se abbiamo un problema, è proprio quello che non si distingue tra un prodotto biologico e un prodotto non biologico – ha affermato il presidente di Ismea, Livio Proietti – Non c’è nemmeno una consapevolezza della serietà dei controlli che vengono fatti per certificare il biologico e questo sicuramente sarà un ulteriore incremento nel dare consapevolezza al consumatore di quello che sta effettivamente mangiando. Lato produzione si può sicuramente migliorare e non giova l’incertezza sulla nuova Pac perché naturalmente la Pac che lasciamo, ormai dal prossimo anno, dava un incentivo diretto al biologico e questo ha fatto sì che venisse giustamente incrementata la superficie coltivata: c’è una stasi proprio perché i contadini, i nostri agricoltori, stanno attendendo cosa accadrà di quegli incentivi che un tempo erano previsti».
«Sicuramente incide l’incertezza del quadro normativo relativamente al futuro della Pac – sottolinea Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio – ma ci sono anche segnali chiari che devono spingere ad affrontare in maniera decisa il nodo relativo alle difficoltà delle piccole e medie aziende agricole biologiche. Queste realtà sono penalizzate, come l’intero settore agricolo, dall’aggravarsi dei conflitti geopolitici e della crisi climatica, con ricadute significative sui costi di produzione, mentre sul mercato, anche nel bio, in molti casi sono calati i prezzi pagati ai produttori. Sebbene il biologico abbia una maggiore capacità di resilienza, risente comunque delle crescenti criticità che stanno mettendo a dura prova l’intero settore agricolo. A questa pressione si aggiunge il peso significativo degli adempimenti burocratici, amministrativi e dei costi di certificazione»
«Il biologico – commenta in una nota Confagricoltura – rafforza quindi il rapporto di fiducia tra agricoltori e consumatori, tuttavia molte aziende agricole del settore, non riuscendo ad affrontare le difficoltà sempre più incalzanti, nell’ultimo periodo hanno dovuto abbandonare il sistema produttivo certificato».
Il fatto che crescano i consumi dei prodotti biologici, ma diminuiscano le superfici dedicate è indicativo, spiega Confagri, del fatto che «per le imprese del settore è sempre più difficile far quadrare i conti, tra le avversità climatiche che colpiscono seriamente le colture, l’aumento dei costi di produzione, il peso degli adempimenti amministrativi e un contesto internazionale sempre più incerto».
Per Gian Maria Cunial, presidente della Federazione nazionale Agricoltura Biologica di Confagricoltura, «bisogna garantire una concorrenza leale, compresi standard uguali per le importazioni, e valorizzare laddove possibile le produzioni biologiche italiane. In questa direzione il nuovo marchio bio nazionale è il segnale che, come Paese, si sta cercando di salvaguardare le eccellenze agricole nostrane e di farle conoscere ai consumatori attraverso un logo dedicato».
Secondo un recente sondaggio realizzato dal Copa Cogeca tra gli agricoltori Ue, la priorità è infatti la sostenibilità economica delle imprese: «Per rafforzare il comparto – dichiara Emilio Fidora, presidente del Gruppo Agricoltura Biologica del Copa Cogeca – occorre promuovere i consumi, investire nell’informazione e nell’educazione delle nuove generazioni, aumentando la consapevolezza dei cittadini sul valore delle produzioni bio e sul significato del marchio europeo. In vista della prossima Pac – aggiunge – chiediamo misure specifiche per tutta la filiera, dalla produzione alla commercializzazione, accompagnate dall’istituzione di una Ocm specifica che affianchi concretamente il lavoro delle imprese agricole del comparto».
Articolo precedente
Nasce Club TV, debutto sul canale 61 e la raccolta va a 24 ORE System
Articolo successivo
Pausa pranzo sempre più cara, in 25 anni aumenti del 300%

