Gli incantamenti della Maga Circe sui muri di Pompei

Maria Chiara Scappaticcio analizza i 12mila frammenti scritti della città, dove è citato l’eroe omerico

Da secoli, Ulisse solca il Mediterraneo, le biblioteche antiche e i muri di Pompei: come poteva mancare in una città così ricca e multiculturale, seconda solo a Roma? Su una parete della Casa di Eumachia (Regio VII), si legge graffito il verso 70 dell’VIII Ecloga di Virgilio. Il poeta latino esalta i poteri della maga Circe: «carminibus Circe socios mutavit Ulixi» (col canto, Circe trasformò ad Ulisse i compagni, CIL IV 1598) e chi graffì l’esametro non restituì correttamente il nome di Ulisse, perché, al posto di Ulixi, scrisse Olyxis. Ma poco conta, importante è il paragone: la citazione esalta la padrona di casa, Eumachia, donna munifica, che qualcuno vedeva come una “nuova Circe”.

Il graffito di Ulisse è uno degli oltre 12mila frammenti restituiti dalla città campana e studiati in Voci di Pompei. Latino e cultura letteraria, scritto da Maria Chiara Scappaticcio. La docente di Lingua e letteratura latina alla Federico II di Napoli propone un’analisi millimetrica delle scritture fossilizzate dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: ne esce una guida metodologica e un affresco della civiltà, del paesaggio archeologico che è conoscenza di versi virgiliani ma anche parolacce, sconcezze, propaganda elettorale: «da uno sguardo rinnovato e ricalibrato emerge, oggi, quanto promettente sia un’analisi complessiva delle testimonianze scritte della città, dei suoi “resti parlanti” e della sua cultura letteraria, di un reale che ha bisogno di emergere nei suoi possibili dettagli per insegnare e raccontare ancora e ancora». Le raccolte epigrafiche dei secoli passati, da Theodor Mommsen in poi, sono archivi dettagliati ma freddi. Restituiscono l’epigrafia, non la vita che pullula, urla e gioisce in queste pagine.

La presenza di Ulisse a Pompei racconta quanto la letteratura fosse studiata e quanto circolasse fra le classi più abbienti. Sulle pareti della città sono (quasi) assenti citazioni dall’Odissea, ma abbondano quelle dall’Eneide. Anche quando si cita un episodio odisseico lo si fa attraverso la poesia di Virgilio, che si era imposta da un punto di vista scolastico (“contraltare” latino di Omero) e pure culturale, cioè politico. In particolare, il graffito considerato dimostra come, nella Pompei primo imperiale, il mito odisseico non tramontava e sopravviveva (soprattutto per immagini), ma evidentemente Virgilio (e con lui il romanissimo mito di Enea) aveva una presa più forte. Al suo pari, fra gli scrittori latini, solo Properzio e Ovidio.

Tutto questo svela un graffito, un’epigrafe. E molto altro come testimonia il saggio che, partendo dal materiale datato tra il V secolo a.C. e il 79 d.C., si sofferma sul tema delle lingue. Le prime scritture del V secolo a.C. appartengono a oggetti di importazione, poi c’è l’osco, la lingua della Pompei preromana; il greco, che dà voce all’elegante tradizione letteraria greca ma anche a offese e volgarità; l’aramaico, come testimonia il triclinio della Casa del Criptoportico; il safaitico, scrittura semitica che registra un dialetto di antico arabo: prima dei graffiti pompeiani, il safaitico non è mai attestato in Occidente e nessuno sa spiegare la sua presenza a Pompei. Poi, c’è il latino, o, come scrive la docente, i latini: le apparenti sgrammaticature non sono da leggere come “errori” – benché certi testi non ne siano privi – ma come espressione chiara di variazione linguistica, di quella specificità che il latino ebbe, presentandosi in forme differenziate in relazione ai parlanti.

Da valutare poi la natura privata e quella pubblica di un frammento (che permette di ricostruire la storia), la scrittura monumentale, quella delle steli funerarie o quella graffita, come nei bordelli o negli spazi commerciali. Sulle pareti della fullonica, la lavanderia, di Fabio Ululitremulo, si legge «Fullones ululamque cano, non arma virumque» (Canto i lavandai e la civetta, non le armi e l’eroe), evidente storpiatura e sberleffo del primo verso dell’Eneide. Piuttosto che la guerra, meglio raccontare i lavandai, il vivere faticoso e la dea Minerva, loro protettrice, specchiata nella civetta.

Nel grande mare delle parole, c’è anche «retotatototato», ai limiti dell’impronunciabile e attestato solo a Pompei, nel Vico del Lupanare, o il saluto beneaugurante «hic et ubique», emerso dagli scavi del 2021 nella domus del notabile Aulo Rustio Vero. Dalla zoccolatura del Salone Nero, quell’augurio si riverbera fino a Shakespeare (1623) e a noi: con Amleto che incalza, il fantasma invita al giuramento, provocando la reazione del figlio: «Hic et ubique? Then we’ll shift our ground» (Hic et ubique? Allora cambieremo terreno). Qui e ovunque per sempre.

Maria Chiara Scappaticcio

Voci di Pompei. Latino e cultura letteraria

Carocci, pagg. 228, € 24

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