
Le filigrane digitali possono aiutare a riconoscere i contenuti generati dall’AI, ma restano dubbi sull’affidabilità: falsi positivi, marchi rimovibili e sistemi diversi tra le Big Tech. L’assenza di un watermark non prova un’origine umana, mentre la sua presenza non basta a dimostrare una frode.
Google apre a tutti la verifica dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Da ieri SynthID Detector è online e consente di controllare gratuitamente – dopo il login e per ora in inglese – immagini, video e audio. Sostanzialmente individua i watermark dei generatori di immagini, video e audio di Google e dei partner OpenAI, NVIDIA e Kakao. I testi restano esclusi dal portale anche perché sono un discorso a parte. Nei giorni scorsi dopo OpenAI sulla scia di Anthropic ha annunciato che nelle prossime settimane introdurrà una filigrana nelle risposte compatibili di ChatGPT e Codex nell’Unione europea, in risposta all’AI Act. Il suo sistema, textGrain, modifica leggermente le probabilità di scelta delle parole, lasciando un’impronta statistica. Qualcosa quindi si sta muovendo lato Big tech sul fronte della trasparenza e della riconoscibilità dei contenuti generati dall’Ai. Ma la domanda resta la stessa: sarà davvero più difficile spacciare un contenuto artificiale per umano, oppure i controlli alimenteranno nuovi equivoci? Ma sopratutto, perché non sono tutti d’accordo? Partiamo da SynthID
SynthID inserisce un segnale invisibile nei pixel e nelle componenti sonore durante la generazione. La filigrana è progettata per resistere a ritagli, filtri e compressione. Il detector cerca quel marchio: non identifica qualsiasi contenuto prodotto dall’AI. Se non trova nulla, il file potrebbe provenire da un modello che non usa SynthID oppure essere stato modificato fino a indebolire il segnale. L’assenza del watermark quindi non garantisce un’origine umana. Il rischio è usare quella traccia come prova di una scorrettezza.
La stessa Google dichiara che il suo non è un rilevatore di AI: il risultato è solo “watermark trovato / non trovato”. Se il watermark non c’è, non significa che il contenuto sia umano. Può venire da un modello che non usa SynthID, oppure il segnale si è rovinato con le modifiche. Inoltre lo strumento non distingue un contenuto creato da zero con l’AI da uno solo ritoccato con l’AI. Inoltre, regge bene alle modifiche normali (ritagli, filtri, compressione, MP3), non a chi lo vuole togliere apposta. Alcuni studi preliminari sostengono che protegge dal falso fatto per distrazione, non da quello fatto con cattive intenzioni.
Quanto al testo, nei test OpenAI, dichiara una soglia di falsi positivi dell’1%, il riconoscimento raggiunge circa il 95% su brani da 400 token in ambiti come la psicologia. In un’altra prova, sostituire un quarto delle parole con sinonimi lo fa scendere dal 92% al 17%. Chi vuole barare ha margine; chi viene segnalato può avere rielaborato il testo. Il detector partirà quindi con accesso riservato a ricercatori e organizzazioni esperte.
L’altro problema è che non sono tutti d’accordo. Apple ha detto che lo supporterà più avanti nel 2026, quindi oggi non c’è ancora. Meta sviluppa strumenti aperti propri, Video Seal e AudioSeal. Microsoft 365 abbina metadati di provenienza, marchi visibili e avvisi vocali. Sono sistemi complementari, con limiti diversi. Il rischio insomma è che la “caccia alle streghe” ai contenuti artificiali si riveli insomma tanto confusionaria quanto controproducente.
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