
I consigli devono evolversi per analizzare rischi geopolitici, digitali e macroeconomici, diventando decisori di lungo termine
L’incertezza non è più una fase temporanea. È diventata una condizione strutturale. E questa consapevolezza deve cambiare il modo in cui i board interpretano il proprio ruolo e organizzano il proprio lavoro.
Il contesto che stiamo attraversando – guerre, tensioni commerciali, deregolamentazione, frammentazione degli equilibri geopolitici, transizioni energetiche e tecnologiche che avanzano a velocità differenti e spesso non coordinate – produce discontinuità profonde nei modelli di business, nelle catene del valore, nei mercati finanziari. Le cui conseguenze sono visibili a tutti: crescente incertezza sulle regole del commercio e degli investimenti, vulnerabilità delle supply chain, volatilità dei mercati, progressivo indebolimento della cooperazione multilaterale. Nessuna impresa, di nessun settore, può ritenersi estranea a queste dinamiche. E nessun consiglio di amministrazione può permettersi di trattarle come variabili esogene su cui non ha né leva né responsabilità.
Se l’instabilità è destinata a diventare permanente, la risposta deve diventare strutturale. Non reattiva, ma anticipatoria. I board non possono limitarsi a prendere atto degli eventi: devono essere il luogo in cui le tensioni geopolitiche, economiche e regolatorie vengono analizzate, interpretate e tradotte in decisioni consapevoli, su quali rischi mitigare, su quali opportunità presidiare, sulle direttrici verso le quali investire per costruire valore sostenibile nel lungo periodo. Questa è la funzione più alta della governance in questa fase storica: orientare l’impresa nell’incertezza.
Tutto ciò richiede un salto qualitativo nel modo in cui i board lavorano. La governance non può più essere una funzione prevalentemente reattiva. Deve saper leggere gli scenari, porre al management le domande corrette, mantenere una prospettiva di lungo termine anche quando il contesto induce verso scelte difensive e di corto respiro. Il rischio geopolitico e macroeconomico non è un tema da gestire episodicamente: va integrato stabilmente nei processi decisionali dei board, con la stessa sistematicità con cui vengono presidiati i rischi operativi o finanziari.
A questo si affiancano, con crescente urgenza, i rischi derivanti dalla trasformazione digitale, dall’intelligenza artificiale e dalla crescente esposizione cyber, ambiti su cui i board sono chiamati a sviluppare nuovi strumenti di presidio e nuove competenze interne. E in contesti ad alta volatilità, non conta soltanto la qualità delle decisioni, ma anche la capacità di prenderle con la necessaria tempestività: l’esitazione, in certi momenti, è essa stessa una scelta, a volte sbagliata.
Per i consiglieri non esecutivi e indipendenti tutto questo comporta un’evoluzione profonda del ruolo. Il compito dei NED è sempre stato quello di contribuire ad una visione indipendente, rafforzare la qualità del processo decisionale, tutelare gli interessi dell’insieme degli stakeholder. Oggi a questo si aggiunge la capacità di comprendere come i rischi geopolitici e macroeconomici influenzino concretamente le strategie aziendali: saper interpretare il cambiamento delle aspettative di investitori e autorità di vigilanza, valutare l’impatto delle tensioni commerciali sulla resilienza delle supply chain e sulla creazione di valore sostenibile, distinguere con lucidità i rischi da contenere dalle opportunità da governare. Non basta più presidiare la correttezza dei processi: occorre contribuire attivamente e in modo sostanziale e costruttivo alla qualità del pensiero strategico.
Un ruolo complesso, che richiede competenze solide e pluralità di prospettive. Conoscenze economico-finanziarie, comprensione delle dinamiche strategiche, padronanza dei sistemi di controllo e gestione dei rischi. Ma anche quella capacità di confronto e di lettura del contesto che trasforma un consiglio di amministrazione in una sede di governo sempre più reale. La diversity nei board — di esperienze, di provenienza settoriale, di approccio culturale — non è un valore in sé: è uno strumento al servizio della qualità delle decisioni. E in un contesto così articolato, la ricchezza di prospettive è una delle risorse più preziose di cui un board possa disporre.
Va detto, che la capacità di un board di rispondere all’incertezza dipende anche da come è organizzato il proprio lavoro interno. L’agenda consiliare deve fare spazio alla riflessione strategica, non soltanto alla rendicontazione. I flussi informativi verso il board devono essere adeguati per qualità, tempestività e profondità. I comitati endoconsiliari devono funzionare come luoghi di approfondimento sostanziale, non come passaggi formali. E il dialogo con il management deve essere costruttivo ma esigente: capace di sfidare le assunzioni, non solo di validarle.
La corporate governance, del resto, non è mai stata un concetto statico né un framework da applicare in modo formale. È un’infrastruttura essenziale per la vita delle imprese, che deve essere interpretata in modo dinamico ed evolutivo. Ma oggi la velocità del cambiamento impone un’accelerazione anche in questa interpretazione. Se cambiano rapidamente gli scenari internazionali, i mercati e i sistemi economico-sociali, la governance non deve soltanto adattarsi: deve diventare uno strumento per guidare l’evoluzione, contribuendo alla sostenibilità delle imprese nel tempo e alla loro capacità di generare un impatto positivo nei diversi contesti in cui operano. Chi governa bene non subisce il cambiamento: lo anticipa, lo interpreta, lo trasforma in vantaggio competitivo.
Nell’era dell’incertezza permanente, la qualità della governance sarà sempre più il fattore che distingue le imprese capaci di creare valore da quelle destinate a subirne una distruzione. E il contributo dei consiglieri non esecutivi e indipendenti, se avranno capacità di portare visione, indipendenza e competenza, sarà centrale in questa sfida. Oggi più che mai.
*Professore di Istituzioni e Mercati Finanziari del Politecnico di Milano e Presidente di Nedcommunity
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