
Accanto alle misure di contenimento e di contrasto, si prova anche a sfruttare commercialmente la specie anche per le sostanze che possono essere estratte dal suo carapace
L’allarme granchio blu è tutt’altro che cessato. Il caso “eccezionale” è diventato quasi normalità con i crostacei che aggrediscono soprattutto gli allevamenti di vongole. A fare i conti con questa situazione sono soprattutto le peschiere del Veneto e dell’Emilia Romagna e gli stagni della Sardegna. «L’emergenza non è certo finita – conferma Mauro Steri, responsabile Legacoop Pesca – quello che sembra stabilizzata è ormai la presenza del granchio blu. Che non significa la fine del problema dato che le segnalazioni di difficoltà sono quotidiane».
Negli allevamenti dell’Emilia Romagna e del Veneto per continuare ad allevare le vongole, si è cercato di trovare soluzioni alternative «cinturando le aree in cui sistemare le vongole». A sottolineare le difficoltà con cui devono fare i conti gli operatori c’è anche Federagripesca di Confcooperative: «Il fenomeno non è affatto scomparso – sottolineano dall’organizzazione – e si registrano casi, oltre che sull’Alto Adriatico anche nel Tirreno e nelle isole».
È infatti stabile ormai la presenza del granchio blu anche sul versante tirrenico, in laguna di Orbetello, nella foce dell’Arno, oltre che in Sardegna, Sicilia e Calabria. Situazione precipitata anche in Friuli Venezia Giulia, dove – secondo Confcooperative – nei primi quattro mesi del 2026 è stato pescato il quantitativo dell’intero 2025; invasione non più solo nelle lagune ma anche in mare aperto fino a quattro miglia dalla costa.
«Il Delta del Po è l’area ideale per proliferare – spiega Giuseppe Castaldelli, professore di Ecologia dell’Università di Ferrara – habitat perfetto per il ciclo riproduttivo: i maschi risalgono verso le acque dolci durante la muta, mentre le femmine restano vicino alla foce per riprodursi più volte nel corso della vita». Nella laguna di Scardovari, sottolineano da Confcooperative , «prima dell’avvento del granchio blu si producevano 25mila quintali di vongole dop, dopo la comparsa del granchio 15 mila quintali. Ora per via del caldo che qualche settimana fa ha causato la moria di molte cozze la produzione in laguna è sospesa».
Per fronteggiare questa emergenza sono stati portati avanti diversi studi. «In Sardegna – continua Steri – uno studio è stato avviato dalle università di Sassari e Cagliari, proprio per trovare altre soluzioni». Altre iniziative tra Veneto ed Emilia Romagna. In campo anche gli operatori che stanno sperimentando nuove iniziative. Come quella, annunciata dal Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine, uno dei luoghi più colpiti dall’emergenza, di commercializzare polpa e chele di granchio blu in vasetto.
Il progetto “Octo-blu” dell’università di Bologna prevede di riversare in Adriatico mezzo milioni di polpi che si ciberanno di granchi blu: «Li metteremo in acqua a metà agosto, non servirà a salvare cozze e vongole una volta per tutte, ma è un grande aiuto. Un solo esemplare è in grado di catturare e annientare in pochi secondi anche un crostaceo di mezzo chilo», dicono i riceracatori.
Ci sono poi le misure in campo. È cronaca dei giorni scorsi la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della dichiarazione del carattere di eccezionalità «dell’evento di diffusione eccezionale della specie Granchio blu “Callinectes sapidus” verificatosi nel periodo dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025 nelle acque interne e marittime ed ancora attualmente in corso nelle sottoindicate aree del territorio della Regione Veneto per i danni causati alle produzioni della pesca e dell’acquacoltura, (venericoltura e mitilicoltura) delle relative imprese e dei relativi consorzi in cui possono trovare applicazione le misure di intervento previste del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 102».
Ci sono poi gli studi che cercano utilizzi alternativi “a base di granchio blu”. Come quello portato avanti dai ricercatori dell’Università della Calabria con quelli dell’Enea con cui è stato dimostrato «che è possibile estrarre chitina di alta qualità dai carapaci del granchio blu in modo rapido e sostenibile». Un fatto che, secondo quanto sottolineano dall’agenzia di ricerca, «apre nuove prospettive per il riutilizzo dei sottoprodotti dell’industria ittica e contribuisce allo sviluppo di modelli produttivi sostenibili in linea con i principi dell’economia circolare». E spiana la strada all’impiego in settori che vanno dall’industria alimentare all’agricoltura, continuando con la cosmetica e biomedicina.
«Questo lavoro rappresenta un passo significativo verso la valorizzazione dei sottoprodotti della filiera del granchio blu che, tra carapaci, chele e altre parti non edibili, possono rappresentare fino all’85% del peso vivo, generando ogni anno circa 270 mila tonnellate di scarti, oggi destinati a discarica o incenerimento, con conseguenti criticità ambientali ed economiche», sottolinea Alessandra Verardi, ricercatrice Enea del Laboratorio Bioeconomia circolare rigenerativa presso il Centro Ricerche Trisaia (Matera) e coautrice dello studio insieme ai colleghi Paola Sangiorgio, Raffaele Lamanna, Simone Samperna, Salvatore Palazzo e Corradino Sposato e ai ricercatori del Dipartimento di Ingegneria informatica, modellistica, elettronica e sistemistica (DIMES) dell’Università della Calabria.
Sebbene stia causando danni significativi alla biodiversità e alle attività di pesca, l’Unione europea non ha inserito il granchio blu nell’elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale (Regolamento UE n. 1143/2014), sottolinea l’Enea: «La sua eradicazione completa è infatti attualmente irrealistica e le strategie più recenti puntano piuttosto a uno sfruttamento sostenibile come risorsa ittica, che include anche l’estrazione sostenibile di chitina di qualità, come dimostra questo studio», conclude Verardi.
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