
Secondo Alessandro Marrone, esperto dell’Istituto affari internazionali, non è una strategia nuova ma è sempre più aggressiva e combina strumenti militari convenzionali con cyberattacchi, disinformazione e sabotaggi
«A coloro che ancora ignorano o negano che la Russia stia conducendo una guerra ibrida nei territori degli alleati: Lipsia non è un caso isolato e distogliere lo sguardo non fa altro che premiare l’aggressore». L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare Nato, ha commentato con queste parole le crescenti tensioni tra Mosca e l’Unione europea, e soprattutto la Germania. Ma cos’è la guerra ibrida e quali sono le linee rosse che la differenziano da un conflitto tradizionale?
L’attacco con droni esplosivi che ha colpito l’aeroporto di Lipsia il 4 agosto scorso ha riportato al centro del dibattito pubblico il termine “guerra ibrida”, con cui si indica una particolare strategia che mira a destabilizzare il nemico mantenendo sempre le tensioni al di sotto della soglia del conflitto armato, evitando così il rischio di una risposta militare diretta.
La guerra ibrida, come ha spiegato all’Adnkronos Alessandro Marrone, esperto dell’Istituto affari internazionali, non è un sistema nuovo, ma sta diventando sempre più aggressivo, combinando strumenti militari convenzionali con azioni come cyberattacchi, disinformazione, guerra cognitiva, sabotaggi, uso di droni e attività marittime ’’ombra’’.
Gli obiettivi sono molteplici. Innanzitutto, attacchi di questa natura servono per testare l’affidabilità delle difese degli avversari e metterne in luce punti deboli e vulnerabilità. Un’offensiva come quella di Lipsia, poi, svela i tempi di risposta degli apparati di sicurezza di un paese.
Non solo. La guerra ibrida può intimidire istituzioni e cittadini, contribuendo a instaurare nel paese un clima di costante allarme che alla lunga potrebbe erodere la fiducia e la coesione politica di una comunità.
Ma cosa potrebbe fare scattare una risposta militare diretta a fronte di attacchi riconducibili a una strategia di guerra ibrida? Secondo Marrone sarebbero probabilmente necessarie «presenza militare ostile e vittime». Il Patto Atlantico che nel 1949 ha dato vita alla Nato «definisce il caso di un attacco armato tradizionale, ma gli aggiornamenti strategici recenti includono attacchi cibernetici e spaziali come potenziali casi da Articolo 5, se con gravi conseguenze. La vulnerabilità dei satelliti, ad esempio, impatta forze armate, aviazione civile e sistemi finanziari» afferma l’esperto.
Anche se l’attacco di Lipsia avesse creato vittime, però, per far scattare la difesa collettiva prevista dall’Articolo 5 del Patto sarebbe stata necessaria la volontà dei paesi membri del Consiglio che, anche alla luce di un calcolo di proporzionalità, avrebbero valutato insieme come rispondere. Per esempio, come ricorda Marrone, la violazione dello spazio aereo polacco e di altri paesi confinanti con la Russia da parte di alcuni droni nei mesi scorsi ha portato alla convocazione del Consiglio Nord Atlantico sulla base dell’Articolo 4 del Trattato e a interventi mirati a rafforzare il fianco est dell’Alleanza. La risposta della Nato, però, in questi casi è stata resa più complicata dal fatto che i droni partivano da navi “ombra” o operatori interni.
Secondo Marrone, l’attacco ibrido all’aeroporto di Lipsia segna «un aumento della gravità della minaccia russa», a conferma di un trend che indica «un aumento di frequenza e qualità degli incidenti». Il caso ha «prodotto una risposta politica e solidarietà Ue-Nato» ha aggiunto l’esperto.
Si è trattato però di un caso tutt’altro che isolato. Un report dell’International Institute for Strategic Studies mostra infatti che tra agosto 2024 e febbraio 2026 sono stati accertati 144 casi di violazioni dello spazio aereo europeo da parte di droni ed episodi avvenuti nelle vicinanze di aeroporti hanno interrotto il traffico, probabilmente raccogliendo informazioni di intelligence e testando le reazioni occidentali.
A fronte di queste minacce «l’attuale architettura europea di contrasto ai droni non è ancora all’altezza della minaccia, nonostante la Nato, l’Unione europea e i governi nazionali stiano dedicando maggiore attenzione al problema: il rilevamento è disomogeneo, le autorità legali sono frammentate, le opzioni di risposta sono spesso sproporzionate e l’attribuzione delle responsabilità rimane troppo lenta per garantire una deterrenza tempestiva».
I droni non sono l’unica arma che la Russia è stata accusata di utilizzare per portare avanti una guerra ibrida. Il mare, come ha ricordato Marrone, costituisce un altro dominio fondamentale per le azioni di destabilizzazione messe in pratica da Mosca, con flotte “ombra” e sabotaggi sottomarini.
«Navi civili con documenti falsificati – ha affermato l’esperto – possono contrabbandare petrolio russo, possono lanciare droni verso coste del Baltico/mare del Nord, possono creare incidenti a infrastrutture sottomarine (gasdotti, oleodotti, cavi Internet/elettrici), mantenendo l’attribuzione opaca. Le marine europee hanno già fermato e sanzionato unità sospette in zone critiche».
Il nostro paese figura tra i più colpiti da attacchi riconducibili alla strategia della guerra ibrida. Secondo Marrone «l’Italia ha registrato un aumento tra i più elevati nel G7 negli ultimi due anni», mentre «disinformazione e propaganda di lungo periodo inquinano il dibattito, generano percezioni infondate e teorie complottiste, oscurando le responsabilità russe».
In un momento in cui si sta discutendo la progressiva riduzione della presenza americana in Europa, sarà quindi cruciale «superare annunci estemporanei e adottare un approccio strutturato e graduale, evitando segnali di ritiro disordinato. Non è un ritiro totale, ma una riduzione coordinata. La somma delle capacità deve restare sufficiente a dissuadere l’escalation russa» ha concluso l’esperto dell’Istituto affari internazionali.

