I brand reinterpretano il passato per conquistare la generazione Z

Sei giovani su dieci provano nostalgia per epoche che non mai hanno vissuto: l’heritage diventa così una leva di posizionamento

Può un’azienda nata prima dei suoi consumatori più giovani diventare improvvisamente attrattiva anche per loro? Se l’è chiesto provocatoriamente il «Financial Times» pochi giorni fa raccontando la nuova strategia di Yahoo, icona della prima era di Internet nata nel 1994 e impegnata a fare qualcosa di apparentemente impossibile: trasformare oltre trent’anni di storia digitale in vantaggio competitivo nell’era dell’intelligenza artificiale. D’altronde il nuovo CEO Jim Lanzone ha deciso di ingaggiare la rapper e performer statunitense Cardi B, una delle figure più riconoscibili della cultura pop e già vincitrice di un Grammy, facendola diventare protagonista della nuova campagna di Yahoo Mail per Planner, assistente basato sull’intelligenza artificiale. Ah, l’eterna giovinezza di Internet: in fondo il colosso tech decide di svecchiarsi strizzando l’occhio ai nuovi pubblici. «C’è qualcosa di intrinsecamente affidabile nell’essere l’originale di questo settore. Siamo stati i primi e vogliamo guardare di nuovo là fuori», ha dichiarato Lanzone. Una strategia che trasforma la storia da potenziale zavorra in leva di riposizionamento.

Non è un caso isolato. Secondo la ricerca internazionale “Then is now” realizzata da Vevo, network globale dei videoclip musicali, il 65% della generazione Z dichiara di provare nostalgia per epoche che non ha mai vissuto e un giovane su tre sostiene addirittura di sentirsi nato nella generazione sbagliata. A rispondere 1.800 consumatori tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Così il passato degli altri diventa memoria emotiva propria. YouGov rileva che per il 65% degli zoomer americani gli anni ‘90 rappresentano un’epoca alla moda. E la nostalgia può arrivare fino al portafoglio: in condizioni sperimentali c’è disponibilità a pagare da parte della generazione Z per avere accesso ai vecchi brand. Insomma, altro che operazione amarcord: il passato può produrre valore economico nel presente.

Ma come possono avere nostalgia di qualcosa che non si è mai vissuto? In soccorso arriva una ricerca di pochi giorni fa uscita sul «Journal of Consumer Marketing» dal titolo assai eloquente: “But you weren’t there!”, ossia “Ma tu quell’epoca non l’hai nemmeno vissuta!”. Con tanto di punto esclamativo, anomalo anche per i ricercatori più smart. In sintesi: c’è una generazione under 30 che rivaluta epoche precedenti alla propria memoria personale. In gioco c’è l’historical nostalgia, cioè la nostalgia per esperienze passate. Attraverso interviste qualitative a giovani tra 18 e 24 anni lo studio mostra che estetiche e rappresentazioni del passato possono generare attaccamento emotivo, idealizzazione e comportamenti di consumo anche in chi quel passato non l’ha vissuto. Lo sanno bene le marche d’eccellenza che, anziché rincorrere disperatamente la giovinezza, hanno deciso di mettere a valore le proprie rughe. Ecco perché si parla di heritage economy.

«Per decenni essere un colosso tech del passato rappresentava quasi [...]

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