I giochi linguistici e la logica quoditiana

Che cosa succede quando le parole che usiamo non rispondono alla logica assoluta, ma al flusso della vita quotidiana? Attorno al sottile confine tra “il caso e la regola” – uno dei temi guida della prossima edizione del Festival dei Sensi – si muove la mia riflessione filosofica

Che cosa succede quando le parole che usiamo non rispondono alla logica assoluta, ma al flusso della vita quotidiana? Attorno al sottile confine tra “il caso e la regola” – uno dei temi guida della prossima edizione del Festival dei Sensi – si muove la mia riflessione filosofica. Un percorso che prende le mosse da uno dei più grandi pensatori del Novecento: Ludwig Wittgenstein. Nelle sue Ricerche filosofiche (pubblicate postume nel 1953), il filosofo austriaco firma una rivoluzionaria “teoria del significato”, prendendo le distanze dalle sue stesse teorie giovanili del Tractatus (1921). Questa teoria è imperniata sull’idea che “il significato dipende dall’uso”. Si tratta di un’espressione tanto citata quanto sostanzialmente oscura. In linea di massima, con essa si intende affermare che non esistono dei significati assoluti interni a ognuno di noi, comunque indipendenti dalla comunità cui apparteniamo, e che invece il significato deriva dal contesto in cui siamo collocati e dalle relazioni che abbiamo con gli altri. In sostanza, qualsiasi espressione ha senso solo se ha successo nella comunità di riferimento. Proprio per questo, Wittgenstein ci invita a “seguire una regola”. Ma non ci fornisce alcun suggerimento su quale regola dovremmo seguire. A prima vista, potrebbe sembrare che stiamo seguendo la regola giusta soltanto a “giochi fatti”. Se fosse così, sarebbe il caso a stabilire se le nostre parole hanno senso oppure no, e Wittgenstein sarebbe uno scettico tout court. Ma le cose non stanno così. Per rendersene conto, bisogna tornare al 1929, quando il filosofo rientra a Cambridge deciso a riprendere la sua attività filosofica. Nel suo primo libro, il Tractatus, aveva sostenuto che esisteva un unico linguaggio – quello della logica – capace di rispecchiare la realtà. Con il tempo, però, capisce che questa visione è un’illusione metafisica. La vita reale richiede strumenti diversi: non esiste un solo linguaggio, ma tanti linguaggi differenti, ciascuno adatto a esigenze e situazioni specifiche. A questo punto, il filosofo smantella anche l’idea che comprendere dipenda da speciali operazioni che avvengono nella mente: per lui si tratta di un’illusione, dovuta a un “uso mistificatorio del linguaggio”. Mistificazione legata al pensare che ci sia una corrispondenza tra parole, suoni, segni e oggetti da una parte e il nostro modo di pensare all’interno dei processi mentali dall’altra. Proprio per ciò, non ci può essere un “linguaggio privato” che parli soltanto della nostra esperienza interiore. E occorre che parole, suoni, segni e oggetti abbiano un qualche ruolo specifico all’interno di un linguaggio codificato. In sostanza, qualsiasi prestazione può essere giudicata [...]

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