
Lo evidenzia la ricerca «Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025» di ActionAid con l’Università di Bari
La politica di rimpatrio è uno dei temi che più accende il dibattito pubblico italiano, come è successo di recente con il caso dei falsi certificati medici per dichiarare l’incompatibilità con la detenzione dei migranti. Negli ultimi anni, si sono investite sempre più risorse nell’attuazione di provvedimenti di allontanamento, facendo leva in particolare sui centri di detenzione e sull’esecuzione forzata dei rimpatri. Ma questa linea funziona?
«ActionAid Italia» e il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro hanno analizzato il fenomeno nel loro studio «Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025». Pubblicato oggi, 2 ottobre 2026 – insieme all’aggiornamento della piattaforma open data «Trattenuti» – il report offre la prima analisi sistematica sul funzionamento della politica italiana di rimpatrio nel decennio 2015-2025. Lo studio si basa sui dati ottenuti da richieste di accesso ai Ministeri e alle Prefetture italiane – in un clima segnalato come «poco trasparente».
È necessario fare una premessa: per verificare l’efficacia della politica di rimpatrio italiana, bisogna confrontare i rimpatri con i provvedimenti di allontanamento che l’amministrazione è chiamata a eseguire, non con il numero delle persone sbarcate nello stesso anno.
Nel 2025, di 4.784 rimpatri forzati, soltanto 1.732 sono stati realizzati a partire dai centri di permanenza. In generale, l’anno scorso si è verificato un picco di rimpatri forzati complessivi, ma quelli eseguiti dai Cpr sono diminuiti del 45,1% rispetto al 2022. Eppure, nel 2025 si è registrato un numero record di ingressi nei Cpr: 6.835. Il numero delle strutture funzionanti è salito a undici e i posti effettivi a 883, segnando un aumento di 80 posti. Se i rimpatri forzati complessivi sono cresciuti del 22,2% – dal 2022 al 2025 –, quelli eseguiti senza un precedente trattenimento nei centri di permanenza quadruplicano, da 762 a 3.052.
«I dati dello stesso Ministero dell’Interno certificano che questi centri peraltro non garantiscono i rimpatri promessi e non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi, e si continua a investire in questi gironi infernali da dove le persone escono (e spesso rientrano) in condizioni disperate» ha affermato Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid.
Almeno 217,1 milioni di euro. Ecco quanto è stato speso per il sistema detentivo – inclusi i centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera (Ctra) – tra il 2018 e il 2025. All’interno di questo lasso di tempo, il 66,2% della spesa complessiva si concentra nel triennio 2023-2025. Considerando solo le strutture sul territorio italiano, i soldi spesi dal 2023 al 2025 in gestione e manutenzione ordinaria sono aumentati del 45,7%.
Se si aggiungono gli investimenti straordinari in Albania, la spesa detentiva complessiva in rapporto a ciascun rimpatrio dai centri è aumentata di circa 10 mila euro nel triennio 2023-2025 – passando da circa 6.455 euro a 16.560 –. Il costo della detenzione per realizzare un rimpatrio dai Cpr è salito di oltre 7 mila euro – da 4.265 a 11.855 euro – considerando solo la spesa per la gestione e le manutenzioni ordinarie delle strutture.
Il rapporto mette in relazione il numero complessivo di giornate di trattenimento nei Cpr con i rimpatri eseguiti da essi, così da misurare l’intensità della coercizione associata a ciascun rimpatrio. Ognuno è ottenuto con una crescente privazione della libertà: se tra il 2018 e il 2024 i migranti hanno passato dalle 62 alle 84 giornate nei centri, nel 2025 il periodo sale a 148 giorni – quasi più del doppio –. Lo confermano le 2 mila persone trattenute pur in assenza di concrete prospettive di allontanamento – dovute alla mancanza di canali di riammissione efficaci con i paesi di origine – tra il 2018 e il 2024.
Per non parlare delle condizioni in cui sono costretti a stare i migranti all’interno dei Cpr: tra il 2024 e il 2026 la piattaforma «Trattenuti» ha documentato almeno cinque decessi di persone trattenute; oltre a tentativi di suicidio, di autolesionismo, di scioperi della fame, di rivolte e d’incendi.
Nei 10 anni presi in analisi dal report, di 302 mila provvedimenti di allontanamento ci sono stati 66 mila rimpatri complessivi. La cifra comprende tutte le tipologie di rimpatrio: quelli eseguiti con la forza, i rientri autonomi delle persone espulse e i rimpatri volontari assistiti – che non sono rivolti solo a persone irregolari e prevedono misure di reinserimento –. Si parla, perciò, di 22 rimpatri ogni 100 provvedimenti e di 9 ogni 100 dai Cpr. Emerge una falla non trascurabile: il trattenimento – per legge – è una misura eccezionale e ammissibile solo se funzionale al rimpatrio. Eppure, la quota dei rimpatri rimane nettamente in ribasso.
Subentra, poi, il fattore nazionalità: il sistema italiano dei rimpatri è fragile e dispendioso perché esposto ai rapporti di cooperazione con i Paesi di destinazione – i quali non godono di stabilità fissa –. Sempre nel periodo 2018-2024, il rapporto fra rimpatri eseguiti e provvedimenti adottati varia dal 54,8% per l’Albania a valori prossimi allo zero per Siria, Afghanistan, Iran e Iraq. Altra nazione con il maggior tasso di rimpatri forzati eseguiti è la Tunisia, che da sola ne conta circa la metà del totale registrato nel triennio 2022-2024.
Dal documento di «ActionAid» e «UniBari» emerge il ritratto di un sistema di rimpatrio fragile: aumentano i periodi di detenzione, la coercizione e le spese; diminuiscono i rimpatriati attuati e l’efficacia dei Cpr. Il tutto, si inserisce in un contesto caratterizzato da scarsa trasparenza da parte delle Autorità competenti.
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