Il Brasile sfida il monopolio cinese delle terre rare

Dopo la Camera, il Senato ha approvato formalmente il disegno di legge che istituisce la nuova politica nazionale sui minerali critici e strategici

Il Senato brasiliano ha approvato il 3 settembre la legge che istituisce una politica nazionale per la lavorazione e l’industrializzazione dei minerali critici e strategici, facendo seguito al primo via libera della Camera dello scorso maggio. È attesa ora la promulgazione definitiva da parte del presidente Lula.

La norma segna un cambio di passo: l’obiettivo è trattenere sul territorio nazionale le risorse tecnologiche e produttive, superando la logica della sola esportazione e disincentivando gli investimenti stranieri.

La mossa di Brasilia si inserisce in un quadro di forti tensioni internazionali esacerbate dalle guerre commerciali volute da Donald Trump. Con Pechino che ha iniziato a utilizzare le proprie risorse come arma negoziale – culminata con le restrizioni all’export dello scorso anno – l’Occidente ha iniziato a cercare fornitori alternativi.
Secondo i dati di Associated Press e Reporter Brasil, nei primi sei mesi del 2026 il Brasile ha attirato massicci flussi di capitale diretti al settore, provenienti soprattutto da Stati Uniti, Australia e Canada.

Nonostante il Brasile sia il secondo fornitore potenziale al mondo di terre rare per riserve (oltre 20 milioni di tonnellate, circa il 23% delle riserve globali), la sua produzione effettiva è irrisoria perché il Paese manca delle infrastrutture di raffinazione e trasformazione, un comparto in cui il “Dragone” detiene un monopolio quasi totale. La nuova legge mira a colmare questo divario, ma rischia nel breve termine di far perdere al Brasile importanti investimenti esteri, poiché mancano ancora le risorse tecnologiche interne necessarie per un’autonomia produttiva.

A questo si aggiunge un grave costo ecologico e sociale. L’unico produttore attivo sul territorio è Serra Verde, asset acquisito dagli Stati Uniti dopo l’accordo definitivo dell’aprile scorso, le cui operazioni si concentrano spesso a ridosso di aree protette e territori indigeni. I processi di estrazione e lavorazione comportano alti rischi di deforestazione, inquinamento e rilascio di scarti radioattivi e sostanze chimiche tossiche nell’ambiente.

La nuova politica mineraria del Brasile rappresenta un ambizioso, seppur rischioso, tentativo di emancipazione dal ruolo di semplice “miniera” dell’Occidente. Sebbene il fine ultimo sia creare una catena del valore interna capace di sfidare l’egemonia cinese, la mancanza di tecnologie nazionali e i gravissimi rischi ambientali legati allo sfruttamento dei giacimenti pongono Brasilia davanti a un bivio: accelerare l’industrializzazione a scapito dell’ecosistema, o rischiare di allontanare i capitali stranieri prima di essere pronti ad una autonomia completa.

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