Non solo benzina e diesel ma anche alimentari, scuole e spese sanitarie. Negli Usa rallenta la creazione di impieghi mentre le retribuzioni non tengono il passo dell’inflazione
Troppa inflazione, troppo pochi posti di lavoro e salari inadeguati. Non ci sono allarmi di recessione, ma il quadro economico negli Stati Uniti è molto meno positivo di quello che danno a vedere le singole statistiche o i comunicati celebrativi della Casa Bianca, soprattutto per la realtà delle famiglie e degli elettori americani.
L’inflazione ha sì frenato al 3,4% su base annua, ma a pesare è il dato cumulativo negli ultimi sei anni: i prezzi di beni di uso quotidiano sono aumentati del 30% rispetto al 2020 e continuano a salire. Il costo delle famiglie per mantenere l’auto, per gli asili nido, la carne di manzo, gli asciugamani di carta, o per il caffè è cresciuto anche più della media. Senza contare costi drammatici, neppure misurati dagli indici, come la spesa per la sanità non coperta dalle assicurazioni che è cresciuta del 47% dal 2020.
Ai consumatori importa poco del dato mensile, percepiscono l’effetto complessivo e hanno bisogno di anni per adattarsi ai nuovi livelli: da qui il loro disappunto. Aggravato dal fatto che le retribuzioni medie non tengono affatto il passo del carovita: da sei mesi la crescita media delle paghe orarie è inferiore a quella dei prezzi, con una costante erosione del potere d’acquisto degli americani. A settembre, ultimo dato prima delle urne, i salari sono lievitati del 3% su base annua, aggravando lo spettro di un’espansione a scartamento ridotto e incapace di curare il malessere della K economy, della crescente sperequazione.
La creazione di impieghi intanto ha rallentato a 29mila buste paga a settembre, con revisioni al ribasso di 60mila posti nei due mesi precedenti, mostrando che le opportunità scarseggiano, per giovani e meno giovani. Circoscritte le assunzioni nette: nella sanità, nelle costruzioni (tipicamente temporanee), e nel manifatturiero. Il tasso di disoccupazione resta basso, al 4,2%, in un dato tuttavia viziato dalla fuoriuscita di immigrati e di pensionati della generazione dei baby boomer.
E se l’aumento dei rendimenti dei treasury può sembrare lontano, l’elettore medio conosce molto bene quanto paga per il mutuo sulla casa, con gli interessi arrivati oltre il 7%. L’affordability diventa quasi frustrante di fronte ai costi record per l’acquisto di un’abitazione. «Gli elettori sono diventati incredibilmente impazienti e sconcertati dall’inflazione», spiega al Wall Street Journal Stephen Weymouth, economista dell’Università di Georgetown di Washington.
I prezzi del carburante sono l’emblema delle difficoltà che devono affrontare le famiglie e molti piccoli business americani: la benzina costa oggi più di 4 dollari al gallone, il 40% in più di un anno fa. Il diesel è quasi raddoppiato in dodici mesi attestandosi sopra i 6 dollari al gallone. E secondo Weymouth, per gli elettori è facile collegare le politiche di Trump all’aumento dei prezzi.
I repubblicani insistono nel dare la colpa al governo precedente del democratico Joe Biden. E promuovono, ancora negli ultimi giorni, nuovi progetti per rilanciare l’economia: da uno stabilimento metallurgico in Iowa a un cantiere navale in Maryland, a 200 miliardi di presunti investimenti sudcoreani nell’energia, dal nucleare al gas naturale, a un miliardo di dollari di AstraZeneca nella farmaceutica in Massachusetts. Molti dettagli sono però lasciati al futuro e restano vaghi. Mentre a preoccupare gli elettori e a togliere presa al messaggio economico di Trump è il presente.

