Il “diabete dei nonni” si fa largo tra i giovani: in vent’anni casi decuplicati

Studio rivela un’insorgenza sempre più precoce e numerosa della malattia di tipo 2 esplosa tra i teenager soprattutto a causa dell’obesità infantile

Fino a poco tempo fa il diabete di tipo 2 era considerata una malattia della mezza età o dell’anziano, che si presentava dopo i cinquant’anni, complice qualche chilo di troppo e una vita sedentaria. Ma adesso, uno studio della Colorado School of Public Health, inserito tra le presentazioni del prossimo congresso europeo di diabetologia (EASD) in programma a Milano a fine settembre, rivela un’insorgenza sempre più precoce e numerosa di questa malattia tra i giovanissimi, con una progressione che i ricercatori stessi definiscono senza precedenti.

Il team di studiosi americani, coordinato dalla dottoressa Tessa Crume, ha analizzato oltre due decenni di dati raccolti dal Colorado Diabetes Registry, un sistema di sorveglianza che dal 2002 monitora ogni nuova diagnosi di diabete tra i soggetti con meno di vent’anni in tutto lo stato, incrociando codici diagnostici, esami di laboratorio e prescrizioni farmacologiche. Tra il 2002 e il 2023 sono stati registrati 8.094 nuovi casi di diabete di tipo 1 nei giovanissimi e 1.560 nuovi casi di diabete di tipo 2 tra i ragazzi di 10-19 anni. E mentre l’incidenza del tipo 1 è rimasta sostanzialmente stabile (passando da 25,07 a 27,39 casi ogni 100.000 giovani), quella del diabete tipo 2 è letteralmente esplosa, salendo da 2,37 a 22,30 casi ogni 100.000 adolescenti. Un incremento di quasi dieci volte, con un’accelerazione particolarmente evidente dal 2014 in poi.

“Appena una generazione fa, il diabete di tipo 2 in un teenager era così raro che molti pediatri finivano la loro carriera senza averne mai osservato un caso, perché questa era tipicamente una malattia della mezz’età – commenta la dottoressa Crume -. In Colorado invece abbiamo registrato un aumento di casi di dieci volte tra i giovanissimi in appena due decadi e questo aumento sta accelerando, anziché rallentare”. Ma il fenomeno non è affatto circoscritto solo al Colorado. Anche il più ampio studio SEARCH for Diabetes in Youth conferma che tra gli adolescenti americani il diabete di tipo 2 si sta ormai avviando a superare, per numero di nuovi casi, la forma classica della malattia pediatrica, il tipo 1.

Dietro questa impennata di ‘tipo 2’ nei ragazzi c’è l’aumento generalizzato dell’obesità infantile. Un adolescente con un indice di massa corporea elevato che arriva in ospedale con la glicemia alle stelle oggi può avere, sia il tipo 1 sia il tipo 2 di diabete: solo la ricerca degli autoanticorpi specifici (il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune) e la valutazione dell’insulino-resistenza permettono di distinguere le due condizioni. E si tratta di un distinguo diagnostico fondamentale, dal quale dipende l’intera strategia terapeutica. “Abbiamo dunque bisogno di servizi – ammonisce la ricercatrice – che non solo ci consentano di curare un numero crescente di giovani, ma che ci diano anche la garanzia che ogni bambino con diabete di nuova insorgenza riceva test metabolici e degli autoanticorpi adeguati, anziché essere classificato tout court un ‘tipo 1’ in base al dato anagrafico e alla consuetudine”.

Il vero allarme però, riguarda quello che accade dopo la diagnosi. Il diabete di tipo 2 che colpisce un ragazzo di quattordici anni non è la stessa malattia che si manifesta in un adulto di mezza età: nei giovani le cellule del pancreas che producono insulina si esauriscono più rapidamente, la glicemia è più difficile da controllare e le complicanze a reni, occhi, nervi e cuore possono comparire nel giro di pochi anni, anziché di decenni come accade nel ‘tipo 2’ classico dell’anziano o della mezza età.

“Il diabete a insorgenza giovanile – avverte la Crume – si associa purtroppo ad un’aspettativa di vita più breve. E anche la remissione, a volte possibile negli adulti in fase iniziale di malattia, attraverso un cambiamento radicale nello stile di vita, negli adolescenti si dimostra molto più difficile da ottenere: molti ragazzi avranno bisogno di farmaci per tutta la vita, faticando comunque a mantenere sotto controllo la malattia”.

Da qui dunque l’appello alle famiglie a giocare d’anticipo, puntando sulla prevenzione tra le mura di casa: mangiare tutti insieme a tavola, bere acqua al posto delle bibite zuccherate, fare attività fisica tutti insieme. Ma la dottoressa Crume è anche molto decisa nel ricordare che la responsabilità di questa epidemia di tipo 2 tra i giovani non possa e non debba ricadere solo sulle famiglie. “Servono mense scolastiche con pasti sani e ben bilanciati, occasioni quotidiane di attività fisica e un accesso equo e sicuro al cibo di qualità in ogni quartiere, perché il peso di questa epidemia silenziosa colpisce più duramente proprio le comunità con meno risorse. È necessario insomma fare in modo che la scelta di vivere in modo sano sia anche la più facile – conclude la ricercatrice -. E questo deve diventare un impegno collettivo, non un’opzione lasciata al caso”.

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