
Pieroad ci ha messo 5 anni: dall’Europa al Sud America, con le vertigini del deserto di Atacama, fino ad Australia, all’amato Iran e ritorno
I numeri di questa storia sono una ventata di follia: Nicolò Guarrera, per tutti Pieroad, ha fatto il giro del mondo a piedi in 1.862 giorni, coprendo 36.146 km, consumando 24 paia di scarpe e riempiendo 26 diari. E ha visto centinaia di porte aprirsi, di pasti condivisi e mille cartoline spedite. A Pieroad da Malo, Vicenza, piacciono i numeri ma il libro sulla sua esperienza Con i piedi per terra. Il giro del mondo un passo alla volta è una cronaca emozionale di orizzonti infiniti, dal deserto che canta ai visti da rincorrere, dalle donne amate ai volti incisi nella memoria.
Pieroad si licenzia nel febbraio 2020, a ridosso del Covid, e lo fa innamorato di Siddhartha: «Chi cerca ha uno scopo, e io ho uno scopo», che è quello di camminare per avere una storia da raccontare. Fin da subito si pone il problema di come affrontare centinaia di chilometri senza acqua, senza punti d’appoggio e sceglie un compagno di viaggio, Ezio, un passeggino da trekking, lo zaino nel quale c’è tutto il necessario e il compagno con il quale parlare ogni giorno.
Dopo l’Europa, l’Atlantico in catamarano, per ricominciare dall’Ecuador. Fra scommesse, insicurezze, pioggia e imprevisti, la rotta è semplice: da Quito, raggiungere la costa ecuadoriana e seguirla fino a Santiago del Cile, percorrendo il deserto costiero peruviano e cileno, il famigerato deserto di Atacama: «Entrare nel deserto significa fare luce sulle proprie ombre: calarsi nei sotterranei di chi siamo con una fiaccola in mano e illuminare un luogo altrimenti dimenticato». Non sono pagine di viaggio ma di cammino, di psicanalisi, di conoscenza fino alla Patagonia, quasi un’Itaca, con i suoi giganti di ghiaccio. Poi, in volo fino a Sydney e ancora spazi non misurabili: «L’Outback è una regione di contrasti. La solitudine acuiva la nostalgia e il senso di alienazione. Il morale dondolava su un’altalena e in alcuni momenti sembrava che la distanza rimasta fosse troppa. Lo sconforto si sedeva sul petto e lo opprimeva, sapendo che non avevo nulla da contrapporgli». Di tappa in tappa, dopo centinaia di “lavatrici” e docce nei fiumi, di pasti liofilizzati, Pieroad affronta il micromacrocosmo India. Per risalire, attraverso Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia, Kuwait, Iraq, fino all’amatissimo Iran. Qui, l’ospitalità è tradizione arcaica, vicina al sacro, ma ci sono divieti, restrizioni e paure sovrumane quando si incontrano i sepah, i guardiani della rivoluzione ma «aprirsi al mondo è l’inizio del viaggio: accettare la contaminazione, imparare a discutere, a lasciar andare le posizioni a cui ci si aggrappa per sentirsi al sicuro».
Poi finalmente la Turchia, la prima spesa in euro e il ritorno a casa con la domanda da cui tutto era iniziato: «Se questa vita fosse un’opera d’arte, che dovrei farci? Ne avrei cura e rispetto, ovviamente. Ma vorrei anche goderne, e questo, nel caso specifico dell’opera d’arte, si fa guardandola. La domanda allora era diventata: quand’è che vado a vedere un’opera d’arte? Risposta: quando è bella o ha una storia da raccontare». La storia di Pieroad è un’estate di condivisione e scoperta.
Pieroad, Con i piedi per terra. Il giro del mondo un passo alla volta, Sonzogno, pagg. 432, euro 19
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