“Isole”, il programma ideato da Nicola Sani, offre un arcipelago di esperienze musicali diverse, ma seguendo rotte sensate, tutt’altro che casuali
L’isola come metafora di un periodo, di un linguaggio, di un compositore, da esplorare e magari scoprire; non appartata, ma collegata ad altre isole. Perché in fondo, il mare, il mare della musica, è lo stesso. Per questo s’intitolava “Isole” il programma ideato da Nicola Sani nella programmazione estiva dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena, parallela agli storici corsi di alto perfezionamento: per offrire un arcipelago di esperienze musicali diverse, ma seguendo rotte sensate, tutt’altro che casuali.
L’isola maggiore, la più fertile di sorprese, è stata quella dedicata ad Hans Werner Henze, il grande compositore tedesco, ma italiano d’adozione, ricordato a cento anni dalla nascita. La Chigiana ha proposto oltre quaranta sue composizioni: quasi sicuramente, l’omaggio ad Henze più consistente e articolato. E non scontato nelle scelte, se si considera che l’inaugurazione del festival è avvenuta con il Requiem, le cui esecuzioni, almeno in Italia, si stenta a contare sulle dita di una mano. Una pagina scritta da Henze nei primi anni Novanta, un requiem affidato solo a timbri strumentali, che considera il senso della liturgia ma non la segue passo passo, che parla di un’umanità disperata ma viva, spaventata, grottesca, feroce. In una chiesa di Sant’Agostino afosa ma sold out, è passata in un batter d’occhio quell’ora e poco più, perché dal podio Kai Röhrig creava un continuo senso di attesa, facendo arrivare tutta l’intensità espressiva e il senso del teatro del Requiem, e potendo contare sulle risposte ben solide dell’Orchestra della Toscana e del Chigiana Percussion Ensemble. Menzione poi particolare per i solisti impegnati in questi “concerti sacri”, come li definì Henze: Emanuele Arciuli al pianoforte, approccio logico che con abilità gli ha permesso di districarsi in una scrittura particolarmente fitta, e Joroen Bewaerts alla tromba, versatilità e virtuosismo che hanno messo in luce il ruolo concertante previsto.
In una programmazione sempre sensibile alla contemporaneità (due prime assolute, commissioni chigiane: Tell me all. Tell me now di Philippe Manoury, Requiem per Giulia di Andrea Mannucci) non sono però mancati gli approdi nelle “isole” della musica barocca. Si è imposta, fra questi, la Messa in si minore di Bach, culmine del percorso formativo-artistico del Chigiana-Mozarteum Baroque Program; un progetto di successo, avviato nel 2021, che vede la collaborazione di due realtà dalla storia antica come, appunto, l’Accademia Chigiana e l’Universität Mozarteum di Salisburgo. E il risultato portava i segni di un’alta professionalità, perché se i musicisti della Barockorchester del Mozarteum sono per lo più studenti, possiedono una disciplina e una sicurezza di non poco conto, e soprattutto un senso di civiltà musicale che, in questo monumentale capolavoro di Bach, si traduce in naturalezza. Suonano strumenti d’epoca, le sonorità e i fraseggi sono quelli delle esecuzioni storicamente informate, e le difficoltà nel mantenere la corretta intonazione, data l’umidità estiva che permea gli spazi di Sant’Agostino, non mancano. Però non c’è un attimo di incertezza in questa Messa di Bach fatta di disciplina e buon gusto, trasparente e soave negli interventi del Coro della Cattedrale di Siena modellati con cura da Lorenzo Donati, con solisti di canto non eccelsi ma abbastanza adeguati (i soprani Olena Pinkowska e Julia Stocker, il tenore Llya Dovnar, il contralto Lana Kolomiets, i bassi Tim Winkelhofer e Shunsuke Suzuki). E dietro tutto, si sentiva il lavoro di concertazione di Alfredo Bernardini, un lavoro scrupoloso nel condurre armoniosamente tutte le forze in campo a ricreare una Messa in si minore di Bach scorrevole nei tempi, mai pesante, fatta di toni meditativi, ma anche di gioia. Pubblico entusiasta.
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