Il movement director: una via di mezzo fra psicologo, regista e  coreografo

Lavorando sulla drammaturgia dei corpi, Pat Boguslawski ha trasformato il rito delle sfilate in movimento scenico e le modelle in performer. Oggi è passato dietro l’obiettivo.

New York, 16 maggio 2026: Times Square è chiusa al traffico. I giganteschi schermi pubblicitari illuminano a giorno l’incrocio più famoso del mondo, mentre una folla di star, fotografi e curiosi attende che inizi lo spettacolo. Poi arrivano loro: signore dell’Upper East Side, uomini d’affari con il laptop sotto il braccio, ragazzi Gen Z, dive da red carpet. Attraversano la piazza con passi, posture e atteggiamenti diversi, come personaggi usciti da un film. Tom Brady sfila in completo, Paris Hilton interpreta se stessa, Cindy Crawford chiude lo show in un turbine di piume nere. Per la Cruise 2027 di Gucci, Demna non ha portato a New York soltanto una collezione. Ha messo in scena una commedia umana. Ma perché un abito diventi un personaggio non bastano un casting eccezionale e una scenografia spettacolare. Servono ritmo, gestualità e un modo preciso di occupare lo spazio. Dietro quella drammaturgia dei corpi c’è Pat Boguslawski, il creativo che ha trasformato il movimento in uno dei linguaggi più sofisticati della moda contemporanea.

Polacco, ex ballerino e modello, Boguslawski ha lavorato per quasi otto anni con John Galliano da Maison Margiela, contribuendo ad alcune delle sfilate più memorabili degli ultimi anni. Ha collaborato con Haider Ackermann per Tom Ford, con Junya Watanabe e ha diretto Nicole Kidman e Rihanna nei servizi di copertina di W. Il suo è un mestiere ancora difficile da circoscrivere, perché si muove in una zona di confine tra regia, psicologia e coreografia. «È sempre complicato riassumerlo in una frase. Le persone mi chiamano movement director, ma in realtà non penso di esserlo davvero. Se dovessi scegliere una sola parola, direi che dirigo». Dirige la musica, le luci, la scenografia, le emozioni, il movimento, l’azione. Più che un coreografo, si sente un regista o una sorta di acting coach. Il punto, per lui, non è insegnare una sequenza di passi, ma aiutare chi indossa un abito a capire chi sta diventando. Quando vede un look per la prima volta, parte dall’intuizione e, prima ancora, dal personaggio. «Devo capire chi è quella persona, quale storia porta con sé e che cosa deve raccontare sulla passerella o davanti all’obiettivo. Solo dopo penso a come si muoverà. Non arrivo dicendo: “Fai questo passo, poi gira così”. È ciò che farebbe un coreografo. Io parto da qualcosa di più profondo: da quello che il personaggio prova e da quello che voglio far provare a chi lo guarda».

È qui che il suo lavoro smette di assomigliare a una lezione di portamento. Le modelle, dice, sono attrici. Non devono semplicemente mostrare bene un abito, ma renderlo credibile. «Quando lavoro con loro cerco di aiutarle a capire che cosa funziona e che cosa invece appare falso. Voglio sempre ottenere il meglio da ciascuna». Molte vivono quell’incontro quasi come una masterclass: osservano il suo modo di muoversi, ricevono indicazioni, raccolgono riferimenti. Poi tornano, magari la stagione successiva, e qualcosa è cambiato. «Vedo che sono migliorate, che hanno incarnato quei suggerimenti. In un certo senso, è una scuola».

Anche la sua storia sembra costruita per condurlo lì. Ha iniziato a studiare danza in Polonia a 15 anni, poi ha continuato a Londra e a Los Angeles. A 18 è stato scoperto come modello e ha sfilato per Dior, Rick Owens e Alexander McQueen. Ma non si è mai sentito davvero tale. «Mi consideravo piuttosto un performer». A ventitré anni è tornato in Polonia per studiare recitazione. «All’epoca ero confuso, volevo fare tutto insieme: il ballerino, il modello, l’attore. Oggi capisco che quelle esperienze mi stavano preparando al lavoro che faccio adesso».

Il momento in cui tutto ha cominciato a prendere forma è arrivato durante le prove [...]

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