Il paradosso dell’età: vecchi a 30 anni, giovani a 70

È il quadro che emerge dalla ricerca Human after all di Hearts United

È tutta una questione di età: vecchi a 30 anni e  giovani a 70. Non è una questione di anticipare i tempi (nel primo caso) o non volersi arrendere al tempo che passa (nel secondo), ma il cambiamento di mentalità che riguarda gli italiani. A raccontarlo è la ricerca ’Human After All’, di Hearts United (la nuova agenzia media globale nata dall’unione dei due network Hearts & Science e Mediahub, parte di Omnicom Media). 

«Mentre la consapevolezza dell’invecchiamento arriva sempre prima – sottolinea lo studio -, la percezione di essere anziani si allontana». Realizzata con Doxa con metodologia CAWI su un campione rappresentativo di 2.000 italiani, la ricerca fotografa un paese in cui gli anni vissuti e gli anni percepiti sembrano raccontare sempre meno la stessa storia.

Secondo lo studio, a trent’anni «non è il corpo a cambiare» ma lo sguardo sul futuro. Il 26% degli italiani colloca proprio tra i 25 e i 34 anni il momento in cui ha iniziato a pensare al proprio invecchiamento, la fascia più numerosa in assoluto. Ma per il 13% questa consapevolezza arriva ancora prima, già prima dei 25 anni. In totale, più della metà degli italiani, pari al 51%, dice di pensare al proprio invecchiamento “almeno qualche volta”. La ricerca mette a fuoco due dimensioni che possono convivere nella stessa persona: la consapevolezza dell’invecchiamento e la percezione soggettiva della propria età. Da un lato ci sono i “Mindful”, come la ricerca definisce quel 51% di italiani che dichiara di pensare, almeno ogni tanto, al proprio invecchiamento. Dall’altro emerge il fenomeno degli “Ageless”: quel 49% che, indipendentemente dall’età anagrafica, dichiara di sentirsi più giovane degli anni che ha.

«Le età della vita non sono mai state definite esclusivamente dalla biologia – sottolinea Silvia Leonzi, ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza Università di Roma-: sono anche costruzioni sociali, associate ad aspettative, ruoli e passaggi che ci dicono quali sono gli obiettivi che dovremmo aver raggiunto in una determinata fase della nostra esistenza. Oggi queste traiettorie sono diventate molto meno lineari e molto più fluide. A trent’anni ci si può sentire già in ritardo rispetto a modelli di realizzazione personale e professionale che continuano a esercitare una forte pressione; dopo i sessanta, al contrario, si possono avere davanti molti anni di vita attiva, relazioni, progetti e nuove esperienze, senza riconoscersi affatto nell’immagine tradizionale della vecchiaia».

La consapevolezza del tempo che passa attraversa le generazioni, pur concentrandosi maggiormente tra i 45 e i 64 anni e tra le donne. Allo stesso tempo, la percezione di sentirsi più giovani della propria età, anziché diminuire, cresce con gli anni: riguarda il 22% dei 18-24enni, il 37% dei 25-34enni, supera la metà già tra i 35-44enni (58%) e raggiunge il 62% tra gli over 65.

Solo il 14% degli italiani dichiara di conoscere bene il significato della parola “longevity”. 

«Per anni abbiamo usato l’età anagrafica come una categoria utile per descrivere le persone e interpretare la società – dichiara Emanuele Giraldi Managing Director di Hearts United Italia –. Oggi ci accorgiamo che non basta più. Human After All nasce da questa consapevolezza e da una domanda semplice: che cosa significa oggi vivere più a lungo? La ricerca ci dà una risposta chiara: la longevità non sta cambiando soltanto il numero degli anni che viviamo, sta cambiando il significato del tempo. Pensiamo all’invecchiamento sempre prima, ma con il passare degli anni continuiamo a sentirci sempre più giovani: un cambiamento che modifica il modo in cui costruiamo relazioni, prendiamo decisioni, immaginiamo il futuro e attribuiamo valore alle diverse fasi della vita».

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