
Non è un caso isolato, né una singola regione sfortunata: nell’estate del 2026 fiumi, laghi e riserve d’acqua stanno toccando record negativi su quattro continenti contemporaneamente. Dal Reno al Colorado, dal Corno d’Africa al Mekong, la combinazione di ondate di calore, piogge insufficienti e un El Niño descritto come tra i più intensi mai registrati sta mettendo sotto pressione agricoltura, energia ed economia in decine di paesi.
Il continente attraversa la sua quinta ondata di calore dell’anno, i cui effetti raggiungono anche i paesi più a nord. Quasi tre quarti (71,3%) dell’Inghilterra e l’intero Galles sono ufficialmente in siccità, con 27 milioni di abitanti sottoposti a restrizioni idriche. Luglio è stato il mese più secco mai registrato in Inghilterra. Con un calo della produzione agricola dopo i raccolti più precoci degli ultimi 20 anni, l’Unione Nazionale degli Agricoltori avverte che il perdurare del clima secco potrebbe causare carenze alimentari. La Francia, intanto, si avvia al raccolto di mais più scarso dal 1980 (-35% su base annua), con ripercussioni già sui futures agricoli di Parigi. In Italia il distretto risicolo più esteso d’Europa, 235.000 ettari tra Lombardia e Piemonte, ha dovuto dotarsi di un sistema di irrigazione a rotazione, e Confagricoltura Pavia stima perdite potenziali per oltre 100 milioni di euro. Il lago Maggiore è in siccità estrema, e il Po ha segnato un record minimo a Cremona.
Anche a Kaub, in Germania, il Reno ha toccato il livello più basso dall’inizio dei rilevamenti, nel 1880. Le chiatte non riescono più a muoversi verso il polo portuale di Anversa-Rotterdam-Amsterdam, costringendo colossi dell’industria chimica come Basf, Evonik, Lanxess e Covestro a dirottare le merci su rotaia e gomma, e a caro prezzo: per sostituire una sola chiatta servono infatti fino a 60 camion. C’è poi il problema dell’energia. In Romania la centrale nucleare di Cernavoda rischia lo spegnimento completo per la prima volta in oltre vent’anni, perché il Danubio non garantisce più un flusso sufficiente a raffreddare i reattori. La situazione ha già fermato la produzione di Dacia e Ford Otosan fino a fine agosto. Anche la centrale di Paks in Ungheria, che supporta quasi la metà del fabbisogno energetico nazionale, naviga a vista con le stesse difficoltà.
Negli Stati Uniti, luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in 132 anni di rilevazioni della National Oceanic and Atmospheric Administration, superando persino il record del 1936 legato alla prolungata siccità del Dust Bowl. La conseguenza più drammatica si riscontra nel fiume Colorado, da cui dipendono circa 40 milioni di persone in sette stati. Il fiume alimenta i due bacini artificiali più grandi degli Stati Uniti, Lake Mead e Lake Powell, che hanno raggiunto rispettivamente il 27% e il 22,7% della loro capacità, un minimo storico. Il fiume Colorado si alimenta con lo scioglimento delle nevi delle Montagne Rocciose, ma la neve caduta quest’anno è stata ben poca, riducendo la portata del fiume. Gli stati coinvolti restano bloccati su come ripartire i tagli all’approvvigionamento d’acqua. A livello locale gli effetti si moltiplicano: a Kremmling, in Colorado, due bacini che coprono l’intero fabbisogno idrico della città sono scesi a livelli descritti dalle autorità come «devastanti».
Se in Europa e Nord America la siccità si traduce soprattutto in perdite economiche e industriali, nel Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Kenya, Gibuti ed Eritrea) la posta in gioco è la sopravvivenza. Nella regione la siccità, iniziata nel 2020, è oggi ai livelli massimi di allerta: il 2025 ha registrato le precipitazioni più scarse mai osservate in diverse aree di Kenya ed Etiopia, con la stagione ottobre-dicembre 2025 tra le più secche mai registrate in alcune aree, dove sono cadute meno del 30% delle precipitazioni medie.
Le stime di Famine early warning systems network (Fews Net) e Oxfam parlano di 20-26 milioni di persone che necessitano di assistenza alimentare urgente tra Somalia, Etiopia e Kenya a metà 2026. In Somalia il numero di persone in grave insicurezza alimentare è quasi raddoppiato in un anno, arrivando a 6,5 milioni, con un abitante su tre a rischio “crisi” alimentare tra febbraio e marzo 2026. Secondo l’Unicef oltre 8,5 milioni di persone (la metà bambini) non hanno accesso sufficiente all’acqua, il cui prezzo in alcune zone è aumentato fino al 2000%.
In Asia la minaccia più immediata non è ancora un record già raggiunto, ma un evento climatico in arrivo: gli esperti parlano di un possibile “Super El Niño”, capace di superare per intensità persino quello record del 1997-98, che causò gravi incendi e una coltre di fumo su gran parte del Sud-Est asiatico. Il fenomeno si sta già sviluppando nel Pacifico, con temperature superficiali previste a circa 2°C sopra la norma tra luglio e settembre, e un picco atteso tra novembre e febbraio. Alterando i normali flussi climatici globali, nel Sud-Est asiatico El Niño provoca una riduzione drastica delle precipitazioni.
Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar sono esposti attraverso agricoltura, riserve idriche, pesca e produzione idroelettrica lungo il bacino del Mekong. In Thailandia alcuni agricoltori stanno già cambiando colture e introducendo bestiame più resistente alla siccità, ma gli esperti temono che le informazioni del governo non siano abbastanza chiare da convincere le comunità rurali a prepararsi. In Indonesia sono già attivi incendi boschivi su oltre 107.000 ettari, mentre il Vietnam rischia di perdere raccolti di riso e lasciare gli abitanti senza acqua potabile a causa della la riduzione della portata del Mekong: al delta del fiume infatti, senza la forte spinta di acqua dolce, la marea marina risale per chilometri nei canali.
L’impatto economico si preannuncia pesante: l’evento minaccia le produzioni regionali di riso e olio di palma, con stime di Bloomberg Economics che indicano un possibile aumento fino a due punti percentuali in Indonesia e Filippine. A livello globale, il World food programme dell’Onu stima che El Niño potrebbe spingere fino a 49 milioni di persone verso la fame acuta entro la fine del 2027, con un impatto sproporzionato su donne e bambine, spesso le prime a dover gestire le conseguenze della crisi alimentare nelle famiglie.
Dal Reno al Mekong, passando per il Colorado e il Corno d’Africa, la geografia della siccità del 2026 racconta la stessa storia in luoghi diversi: temperature più alte, piogge più scarse e imprevedibili, infrastrutture idriche ed energetiche progettate per un clima che non esiste più. Organismi internazionali come l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) e istituti legati all’Onu sostengono che disponiamo già della maggior parte delle tecnologie mature necessarie per la decarbonizzazione e la gestione delle risorse. La vera sfida non è quindi tecnologica, ma risiede nella cooperazione geopolitica sulle risorse condivise, negli investimenti strutturali in efficienza idrica e nella governance verso una transizione energetica più rapida, capace di ridurre insieme sia le emissioni che alimentano la siccità che il fabbisogno d’acqua necessario a produrre energia.
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