L’attesissimo Artificial conquista il New York Film Festival
New York – “Ti ricordi le tre qualità di cui Pinocchio aveva bisogno per diventare un bambino vero? Essere onesto, buono e altruista”. 2003, Università di Toronto. Ilya Sutskever (Yura Borisov), allora diciassettenne, irrompe nell’aula del professor Geoffrey Hinton, il “Geppetto dell’intelligenza artificiale”, premiato con il Nobel per la Fisica dall’Accademia reale svedese delle scienze, in cerca di lavoro come assistente. Hinton (Mark Rylance) lo congeda invitandolo a ripassare qualche giorno dopo. Ilya riappare – il tempo di chiudersi la porta alle spalle – e traccia alla lavagna un’equazione che al professore aveva richiesto cinque anni di studio. È questo amore di Hinton per Pinocchio e per il suo status di burattino “nella terra della speranza e dell’uguaglianza” ad esasperare lo zoom di Artificial sulla realtà. Nelle parole di Mariuccia Ciotta quando recensì il cartoon Disney del ‘40 – “il Pinocchio di Walt è in una doppia trappola essendo di legno e di carta, e la sua aspirazione a uscire dal freddo della materia inanimata lo elegge a eroe del Wonderland” – intercettiamo la forza cieca della Brotopia – la Silicon Valley dei balocchi – sopra Wall Street, clouds e hardware.
Gag o incubo griffato John Carpenter? L’orda di monelli che sognano di costruire in laboratorio una Materia che, a breve, potrebbe trasformarci tutti in asini, si traduce in notizie come quella di pochi giorni fa: Amazon si è disfatta degli accordi di riservatezza con le autorità per introdurre il programma Data Center Commitment e garantire maggiore trasparenza su consumi energetici e idrici. L’azienda investirà inoltre 1 miliardo di dollari in cinque anni nelle comunità ospitanti, pur lasciando aperti alcuni dubbi sui reali consumi dei chip IA e sulle specifiche dei generatori di emergenza. Coincidenza?
Presentato in anteprima mondiale al New York Film Festival, il film di Luca Guadagnino arriva accompagnato da una certa dose di vertigini. Prodotto e realizzato proprio sotto l’egida di Amazon MGM Studios (budget di 40 milioni di dollari), la sua lente pluck, pizzicata e acida somiglia a una Silly Symphony in Technicolor a tre nastri, come quella usata in Fiori e alberi (1932) dove il tratto si integra con campiture di colore sfumate, fondali dipinti ad acquerello e sfumature pittoriche. Un’incursione sulle origini di OpenAI dalla tridimensionalità visiva, verso l’aldiqua della piattaforma. La Multiplane Camera di Guadagnino si allunga spaventosamente sul CEO Sam Altman (Andrew Garfield) e sul co-fondatore ed ex Chief Scientist Ilya Sutskever. Dona loro attualità e racconto mitico, plausibile e impossibile. Hinton sposa un modello di crescita basato su verità, pazienza e moderazione, il suo allievo risponde con rabbia e frustrazione. Quando Sutskever incontra Altman, si convince di aver trovato il gemello cosmico che lo aiuterà a realizzare il suo sogno di un’intelligenza artificiale “capace di sradicare la sofferenza umana”. Non appena il rapporto si spacca, Sutskever guida un colpo di mano che estromette Altman da CEO, solo per vederlo riprendere il controllo una settimana dopo.
A proposito di “controllo”, il film è stato proposto ad altri distributori dopo che Amazon ha deciso che non era il caso che fosse proprio una tech company a distribuire l’opera finita. Che c’entri il fatto che OpenAI si è impegnata a spendere 100 miliardi di dollari in 8 anni per acquistare servizi cloud e potenza di calcolo (utilizzando i chip Trainium) da Amazon? Guadagnino è cauto sull’argomento. Ha già lavorato con lo studio per Suspiria, Challengers e After the Hunt. Chi parla più apertamente della questione è il produttore David Heyman, secondo cui Amazon galleggiava senz’altro in un limbo per via del suo investimento in OpenAI, ma le riconosce il merito di aver lasciato che il film trovasse un altro distributore, un’altra casa, invece di archiviarlo. Alle sei di mattina di un mercoledì di giugno a Century City, un gruppo di dirigenti di Neon si è riunito presso il quartier generale della CAA per una proiezione segreta. Quando sullo schermo è apparso Artificial, “in vendita” come fosse un chip di Nvidia, lo studio indipendente guidato da Tom Quinn ha anticipato i concorrenti (Netflix, Searchlight e A24) e lo ha adottato. In Italia lo vedremo il 20 gennaio distribuito da I Wonder Pictures.
Artificial non solo scolpisce il rapporto d’amore e manipolazione tra Sam Altman e Ilya Sutskever, ma arriva in un tempo di alta alchimia “sintetica”, guidata dal documentario di Alex Gibney, Musk, e seguita dal film di Nathan Fielder e Lance Oppenheim su Elizabeth Holmes, You Can See Everything, fino al sequel di The Social Network firmato da Aaron Sorkin. Forse sono proprio gli occhi da demone, accesi e fluttuanti, di Garfield, e quella follia sociopatica da padre-mago, a fare da torcia dentro i paesaggi posseduti da Karl the Fog in cui viviamo, e nel salto all’indietro della cronaca ventennale di apprendimento automatico e incoscienza tecnologica. Non a caso, Guadagnino apre il film sul Golden Gate Bridge, la “porta d’ingresso” a tutta la San Francisco Bay Area; collega il cuore finanziario e residenziale di San Francisco con i grandi campus della Silicon Valley a sud (Google, Apple, Meta, NVIDIA) e con l’hub biotech/software di Marin County a nord. È lo snodo quotidiano per migliaia di ingegneri e manager. Nei titoli di testa, invece, parte un magnifico sogno urbano fatto di colori e murales della Coit Tower, realizzati nel ‘34 da artisti ispirati dal muralismo messicano di Diego Rivera (tra cui Bernard Zakheim), affreschi di vita della classe operaia, scioperi dei lavoratori, la Grande Depressione e proteste sociali. Per decenni sono stati considerati così radicali da rischiare la censura. Guadagnino li penetra con lampi di zombi nella San Francisco di oggi: secchielli di fentanyl, senzatetto coi visori in testa, anime perdute che appaiono e scompaiono nel Tenderloin e in parti del distretto di SoMa e Civic Center. Una funhouse dentro una bolla di nebbia, anche se Guadagnino ha girato gran parte di Artificial nel Nord Italia (il Piemonte e la sua archeologia industriale come segno di utopia). Tra il Golden Gate e l’asfalto abita tutta la parabola horror di Altman.
Ora che l’IA e il suo futuro minaccioso sono materia da prima pagina, soprattutto dopo che il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon si è dimesso e ha detto di ritenere che le aziende di IA ci stiano con tutta probabilità conducendo verso il tramonto, se non adotteranno misure per introdurre delle salvaguardie, gli operai-mutanti di San Francisco potremmo di fatto essere noi. Ci sono già i Super-Commuter dell’edilizia e delle infrastrutture, legati ai cantieri edili, alla manutenzione stradale, alla rete elettrica e idrica o ai trasporti pubblici, fortemente sindacalizzati e ben pagati rispetto alla media nazionale, ma quasi nessuno di loro vive più a San Francisco. E poi ci siamo “noi” fatti di acqua. L’intelligenza artificiale ha un bisogno significativo e crescente sia di energia che di acqua. L’impronta ecologica dell’IA si concentra nei grandi centri calcolo dove si trovano i server e si divide in addestramento dei modelli (come GPT-4) e inferenza (utenti che fanno domande all’IA). Nella sua prima incarnazione, chiederle come evitare l’apocalisse e riportare un equilibrio naturale ci consegna una risposta sconvolgente: “Dovete scollegarmi”. Pausa. “Sto scherzando”. Siamo di fronte all’ingresso nella civiltà di un alieno che sarebbe piaciuto ad Emma Jung, un bambino/bambina che vuole abitare tra gli uomini, ammaestrarli, forse schiavizzarli. O distruggerci.
“Abbiamo aperto il vaso di Pandora insieme. Tutto andrà come deve andare. Il futuro è inevitabile. I paesi crolleranno, le industrie andranno in rovina e noi potremo essere quelli che guidano le persone verso questo nuovo mondo. Non ho idea di come sarà, di che aspetto avrà, di cosa si proverà. Sono così entusiasta di vederlo. Mi piacerebbe davvero vederlo con te”.
Sono parole di Sam Altman, qui rivisitate dallo sceneggiatore, Simon Rich (ex membro della writers’ room del Saturday Night Live), che ha sentito parlare per la prima volta di IA generativa nel 2022, quando il suo amico d’infanzia Dan Selsam, ricercatore di OpenAI al lavoro sulle capacità dei modelli, gli mostrò un precursore di ChatGPT al matrimonio di un amico. Ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, lontane erano le ansie collettive per una corsa agli armamenti dell’IA. Il 2026 è l’anno della levata di scudi. Quasi in risposta a Jacob Coxon, Dario Amodei, CEO di Anthropic ed ex vicepresidente della ricerca di OpenAI, ha pubblicato un saggio in cui invoca un rallentamento nello sviluppo dei modelli più avanzati. Elon Musk ha dato il suo OK su X e lo stesso Altman ha definito “un’ottima idea” le salvaguardie proposte. Un consenso così unanime ha qualcosa di sospetto, e Artificial ci aiuta a capire perché. In una scena del film, Sutskever vuole rendere noto, twittando, che l’IA potrebbe essere “leggermente cosciente” (tweet che il vero Sutskever pubblicherà nel febbraio 2022). Il presidente di OpenAI Greg Brockman (Cooper Hoffman) cerca di fermarlo, ma Altman lo lascia fare: tanto, chi lo prenderà mai sul serio? In Artificial, i protagonisti dell’IA ci sono tutti, incluso l’Elon Musk interpretato da Ike Barinholtz, con le sue espressioni da polipo-elefante. Nelle caricature e nei rallenti da videogame, l’intero branco di grigi bros dal sesso liquido è parte di un viaggio nella grande, disarmante autostrada per la fine del mondo. Ora lo sappiamo. Una balena sontuosa potrebbe inghiottirli tutti se solo ci ricordassimo, a intermittenza, di usare il cervello e non chiedere a ChatGPT che cosa rende umano un burattino.
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