
Lo spiega la ricerca “Projected amplification of global warming by warming-induced greenhouse gas emissions”, per colpa di un effetto chiamato retroazione
Gli effetti del cambiamento climatico in atto sono ormai ampiamente conosciuti: aumento delle temperature, eventi atmosferici estremi, scioglimento dei ghiacciai, crisi idriche. Tutte conseguenze dovute all’eccessiva emissione di gas inquinanti, come l’anidride carbonica e il metano, prodotti dalle attività umane.
Esistono, però, anche delle emissioni rilasciate dalla natura stessa: sono le cosiddette “emissioni indotte dal riscaldamento” (“warming-induced emissions”, Wie), gas serra prodotti da fonti naturali a causa dell’aumento delle temperature.
Questo tipo di emissioni si inserisce nei cicli di retroazione climatica, cioè i meccanismi a catena in cui un cambiamento iniziale del clima provoca reazioni nei processi naturali del pianeta. Si distinguono due tipi di reazione: positive, se amplificano il riscaldamento globale, e negative, se agiscono in maniera opposta.
Un gruppo di ricercatori dell’ente non-profit Spark Climate Solutions ha studiato il fenomeno delle Wie: la loro ricerca “Projected amplification of global warming by warming-induced greenhouse gas emissions” (“L’aumento di volume del riscaldamento climatico previsto a causa delle emissioni di gas serra generate dal riscaldamento stesso”) ha analizzato l’impatto esercitato dai gas serra emessi dalla natura sull’aumento delle temperature.
I ricercatori hanno preso in analisi tre eventi naturali causati dal riscaldamento globale: lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente ghiacciato, l’intensificarsi degli incendi di boschi e il riscaldamento dei laghi e delle zone umide che alimenta il processo di digestione anaerobica, causa di degradazione della sostanza organica. Questi eventi producono gas metano e anidride carbonica, che vengono rilasciati nell’ambiente circostante.
Lo studio ha osservato che le emissioni di metano provenienti da fonti naturali sono legate alla temperatura globale tramite una proporzione diretta: al crescere delle prime, aumenta anche la seconda.
Per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica, queste hanno un impatto pari a sette miliardi di tonnellate per ogni grado Celsius (°C) di riscaldamento globale in più.
Dal 20% al 30%: è questo l’intervallo in cui la ricerca stima l’aumento del riscaldamento globale secondo il modello climatico MAGICC a cause delle emissioni indotte dallo stesso. Per la fine del secolo, quindi, si prevede che la temperatura media globale cresca da 0.2C a 0.4C.
Nonostante la presenza di un margine di incertezza nei calcoli, dovuto alla sensibilità climatica e alla variabilità delle fonti naturali, persino nella stima più conservativa l’effetto di amplificazione resta significativo.
«Questo moltiplicatore nascosto è mancante nei modelli che guidano le politiche climatiche; ciò significa che quei modelli stanno sottostimando l’entità del riscaldamento futuro e sovrastimando quanto carbonio possiamo ancora emettere», ha spiegato Sam Abernethy, lo scienziato a capo della ricerca.
Rob Jackson, suo collaboratore, ha definito i risultati dello studio come un «campanello d’allarme» che deve essere ascoltato e incluso nelle prossime politiche ambientali.
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