Il romanticismo moderno di Dior, cascate d’oro per Saint-Laurent

Alla guida della maison da un anno, Jonathan Anderson affina la sua visione. Il possibile addio di Anthony Vaccarello a Saint-Laurent accompagnato dalla sontuosità di set e collezione

Secondo giorno, e a Parigi scendono subito in campo i giganti. Jonathan Anderson, da Dior, è preso a romanticizzare, elevare, fluidificare, modernizzare. L’intento è quello settato all’inizio del percorso, esattamente un anno fa, e per quanto ben lontano dall’essere pienamente realizzato, sembra non essere più soltanto teoria.

 Certo, si avverte a ogni passo lo sforzo di Anderson nell’adattarsi a un codice che proprio non gli appartiene, nel lavorare su una idea di moda troppo perbene e aggraziata per prestarsi a sconvolgimenti modernisti, ma il conflitto si evolve questa volta in una visione, se non altro, lieve. Non risolta ma non pesante. Per metafora, dalla tempera siamo passati all’acquerello.

Anderson parte dal Dior maestro del taglio circolare, e da lì elabora, accorciando orli, moltiplicando strati e petali, giocando con linee scivolate e con una idea dell’abito quanto più vicina alla elementarità del rotolo di tessuto. Non sono poche le creazioni che in passerella, en plein air sotto la luce accecante del primo pomeriggio, appaiono come appena abbozzate. Va bene, anche se da fluido a molle o sfatto il passo è breve.

Anderson si muove nello stesso alveo di Blazy da Chanel, ma qui la donna di riferimento è meno a fuoco, sicché il collage di tante cose diverse appare proprio come un collage, invece che come armonia prismatica. Ci vuole ancora tempo, verrebbe da dire. Lo stesso richiesto dalle noci wenwan, usate come invito, per diventare preziose, senza dimenticare però che nella moda di oggi il tempo non lo ha nessuno.

Le voci sull’uscita di Anthony Vaccarello da Saint-Laurent sono insistenti, ma non confermate. La sfilata, però, sembra sottoscriverle: una colata d’oro dall’inizio alla fine sotto chandelier giganti sospesi nel vuoto, anch’essi d’oro, e finale in nero voluttuoso e luttuoso con Charlotte Gainsbourg che canta in smoking. Più celebrazione e più Saint-Laurent di così c’è poco. In effetti, è la prova in assoluto più vintage e archivistica per Vaccarello, che golden boy di Saint Laurent certo lo è stato in questi anni. Se questa è l’uscita, è grandiosa, da vera primadonna – ruolo meritato. Stilisticamente, però, manca quel tocco perverso ed elegante che di Vaccarello è stato il segno.

Con l’arrivo di Glenn Martens, Maison Margiela ha definitivamente abbandonato gli istrionismi, per quanto coinvolgenti e travolgenti, per tornare ai tecnicismi, che sono parte della lingua settata illo tempore da Martin. L’idea è ancora valida: usare e applicare principi sartoriali con zelo convinto, al limite anche in modo deliberatamente ottuso, trasformando in modo radicale gli oggetti vestimentari, ma lasciandoli tali, ossia indossabili, quasi normali.

Questa stagione Martens contrappone nozioni di duro e morbido, portandole nel perimetro della couture, ossia contrapponendo e intrecciando flou e tailleur, le canoniche distinzioni di atelier. Naturalmente questo è Margiela in chiave Martens, quindi irrigidimenti e fluidificazioni avvengono in luoghi e modi imprevisti, o per estensioni incongrue. Colli grandissimi, bustini grafici, torsioni ruscellanti riscrivono i classici del guardaroba. È un racconto molto Margiela, quasi zelante, ma non si sente la mano di Martens, o si sente poco, sicché la nuova identità della non appare chiara o decisiva.

Interessante il set: un omaggio al primo allestimento di Raf Simons per Dior couture, con i fiori di Mark Colle ormai sfatti. Una interpretazione sardonica dell’idea di replica, con una energia che la collezione invece non ha.

Da Anrealage, infine, Kunihiko Morinaga lavora in modo visionario sull’idea dell’abito come pelle o livrea. Tra scaglie cangianti e linee che seguono il corpo o lo ridisegnano, la fusione di tecnologia e tocco umano è poetica, coinvolgente, davvero progressiva.

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