Il trionfo dell’Afd spiazza la destra italiana. Meloni riflette su data del voto e Vannacci

Con l’avanzata dell’ultradestra nel segno delle critiche alla Ue e alla guerra in Ucraina si complicano le scelte della premier

Il vento populista torna a soffiare forte in Europa, stavolta venato da nostalgie naziste. E il trionfo dell’Afd in Sassonia-Anhalt, il più anziano e povero tra i Land tedeschi, complica le riflessioni in Italia di Giorgia Meloni e dei suoi alleati su tre nodi chiave: i rapporti con la Germania di Friedrich Merz e con l’Europa in generale, l’alleanza con Roberto Vannacci e la data del voto.

Già le prime reazioni fanno accendere una spia rossa nella maggioranza. Con i due vicepremier che viaggiano in direzioni opposte: il leghista Matteo Salvini si congratula con «l’amica Alice Weidel» per «il successo clamoroso» (al leader sassone Ulrich Siegmund va invece il plauso di Elon Musk: «Ben fatto»), l’azzurro Antonio Tajani parla di «pessima notizia» e di affermazione di una forza politica «antitetica rispetto ai valori liberali e occidentali». Una divaricazione prevedibile, anche se l’esultanza salviniana stride con il fatto che l’Afd sia gemellata proprio con Vannacci, il grande traditore. Che gongola citando la Turandot: Mario Monti, con cui ha duellato sul palco di Cernobbio, «dovrà dedicare la sua scarsa energia anche all’Afd. Nessun dorma».

Per la premier, che dopo la festa di Bari per il record di longevità del Governo sceglie di tacere – «Non si è mai intromessa nel voto di altri Paesi», spiegano diplomaticamente dal suo staff – è una variabile in più di cui tenere conto nelle complesse valutazioni in corso in questi giorni. Non che il risultato sassone non fosse stato messo in conto, ma la percentuale di affermazione – il 44,5% – è andata oltre le previsioni e conferma quanto la radicalizzazione dei messaggi e la furia contro l’Unione europea facciano breccia in un elettorato impoverito e sempre più stanco delle guerre. L’ordine di scuderia a Fratelli d’Italia fa presto a partire: nessun commento a caldo, ogni mossa va studiata con cautela.

Al netto dei timori dei contraccolpi su Merz, che potrebbe riacutizzare la crisi con l’Italia sui “dublinanti” che il cancelliere vuole rimandare indietro, la destra italiana intende innanzitutto rafforzare l’eurocriticismo. Lo si comprende già da una frase dell’intervista che Tajani, il più europeista della coalizione, rilascia al Messaggero. «L’Europa – auspica – deve cambiare: basta fondamentalismi, basta green deal, meno burocrazia, sì al mercato unico. In generale scelte meno ideologiche, meno distanti dai cittadini». La linea sempre tenuta da Meloni, che della battaglia contro «l’ambientalismo ideologico» e il rischio di «desertificazione industriale» accresciuto dalle politiche europee ha fatto una bandiera. Facile immaginare che sventolerà con sempre maggiore forza.

Dall’altro lato, a tormentare Palazzo Chigi è anche un altro interrogativo: come proseguire nel sostegno a Kiev – avversato dall’Afd, che ha cavalcato l’insofferenza di parte dei tedeschi – mentre lo stesso Zelensky prospetta un conflitto ancora lungo che si protrarrà anche il prossimo inverno? Un cambiamento di postura è stato già evidente nella festa per il record di longevità del Governo, venerdì scorso a Bari, dove neanche un cenno è stato riservato al supporto al popolo ucraino. Continuerà, anche per la fermezza del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ma c’è da scommettere che avverrà più in sordina che mai. Anche perché a fare campagna contro il supporto italiano c’è proprio Vannacci, il cui filorussismo – esattamente come quello Afd – non è certamente un mistero.

Si ripropone, dunque, con maggiore urgenza il dilemma che aveva attraversato il centrodestra al sorgere della formazione del generale, Futuro nazionale: puntare al voto moderato oppure virare verso l’estremo per coprirsi a destra? Stavolta, con i sondaggi che registrano il sorpasso di Fi e Lega da parte di Fn, l’alternativa sembra quasi svanire e la rincorsa dell’estremo diventare un obbligo. Mentre torna sul tavolo, semmai davvero ne fosse uscita, l’ipotesi dell’alleanza con il generale, nel tentativo di governarne l’ascesa invece che subirla. Anche se – Meloni lo sa – i rischi sono enormi.

Il tempo non è una variabile ininfluente. Per questo il risultato di Afd, seppur confinato a un solo Land (e già c’è attesa per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore che voteranno il 20 settembre), condiziona anche le valutazioni in corso sulla data delle elezioni politiche in Italia: aprile, maggio insieme alle amministrative nei grandi Comuni, da Roma a Milano, oppure ottobre a scadenza naturale, come chiedono Tajani e Salvini? Dentro Fdi le spinte sono diverse: in molti preferirebbero aprile per non dare tempo a Vannacci di crescere ancora e riuscire a “domarlo”, ma anche per non correre il pericolo dell’effetto trascinamento che alcune comunali potrebbero giocare a vantaggio del centrosinistra. L’autunno 2027 potrebbe servire a vedere se la bolla Vannacci si sgonfia (così come quella Afd alla prova della realtà) e se azzurri e leghisti possono recuperare consensi, sfruttando l’onda lunga di una legge di bilancio “elettorale”. Un azzardo. Ma se il campo largo continua a preoccupare poco o niente affatto Meloni può prendersi il lusso di pensarci ancora.

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