
Uno studio del Centro Fin Gov dell’Università Cattolica mostra i limiti dell’applicazione delle nuove norme del Tuf e della legge capitali
La progressiva contrazione del listino azionario a fronte dell’inadeguatezza delle riforme legislative nel rilanciare il mercato, le forti rigidità procedurali introdotte per la presentazione della lista del CdA uscente, e i discussi meccanismi di potenziamento del voto. Il sesto Rapporto sulla corporate governance, curato da Massimo Belcredi e Stefano Bozzi per il Centro di ricerca Fin-Gov dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, traccia un quadro dettagliato sull’applicazione del Codice di corporate governance e sull’impatto delle recenti novità normative in Italia. Ai temi già indicati si affiancano i disallineamenti normativi tra il Codice e il Testo unico della finanza (Tuf) in materia di amministratori indipendenti e tutela delle minoranze, la controversa gestione delle politiche retributive e delle indennità di fine carica (severance pay), nonché le sfide legate alla nuova disciplina della rendicontazione non finanziaria e al persistere del gender pay gap.
Riprendendo il primo nodo problematico legato alla crisi delle quotazioni, l’indagine registra come il campione delle società quotate si sia ridotto a 176 emittenti, penalizzato da un’ondata di delisting e dal blocco delle Ipo. Tra gli strumenti previsti per incentivare la quotazione senza perdere il controllo, il voto plurimo non ha trovato alcuna adozione tra le neoquotate, portando Massimo Belcredi a definirlo come «uno strumento di dubbia utilità», mentre anche le proposte di voto super-maggiorato hanno subito una brusca battuta d’arresto. Collegandosi a questa diffidenza verso le nuove norme e alle rigidità della governance, una delle maggiori controversie riguarda la lista del CdA uscente, i cui vincoli stringenti, ne hanno provocato il crollo applicativo. Commentando la portata di questo ostacolo procedurale, Massimo Belcredi sottolinea che la nuova norma «crea ostacoli a istituto standard in tutto il mondo», arrivando a suggerire di «valutare abrogazione (o correttivi pesanti) dell’art.147.1 Tuf», che ha introdotto questi limti.
Sullo sfondo dei disallineamenti normativi citati in apertura, l’analisi evidenzia una non perfetta equivalenza tra i requisiti di indipendenza fissati dal Codice e quelli del Tuf, con il primo che adotta criteri e valutazioni più rigidi sulla reale autonomia di giudizio dei consiglieri. Allo stesso tempo, la tutela delle minoranze azionarie mostra profili di contraddizione: la riforma del Tuf consente alle Pmi di nuova quotazione di derogare alla presenza di amministratori espressi dalle minoranze, oppure richiede forti riduzioni delle soglie azionarie per la [...]
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