«In Bocconi 200 milioni per investire in giovani e ricerca»

Dal 2021 già raccolti 110 milioni, target di 200 al 2030. «Nelle Università un baluardo della democrazia». Oggi il via all’anno accademico

«Per noi si tratta di risorse cruciali e del resto la Bocconi nasce nel 1902 proprio su queste basi, grazie ad una donazione che ha consentito di creare l’ateneo: di fatto stiamo proseguendo in un modo contemporaneo questo tipo di sforzo».

Francesco Billari, rettore della Bocconi, 14mila studenti, di cui uno su tre riceve una qualche forma di sostegno economico, può guardare in effetti con soddisfazione ai risultati raggiunti in questo ambito, per un ateneo che dal 2021 al 2025 è riuscito a raccogliere donazioni filantropiche per 110 milioni grazie ad oltre 6700 soggetti, cifra a cui si aggiungono altri 20 milioni di impegni filantropici dall’inizio del 2026. Risorse che per quasi il 50% sono orientate al sostegno agli studenti, tra esoneri dalla retta, borse di studio e altre forme di supporto. L’80% di questi interventi si è concentrato sulla mobilità sociale, volti cioè a rendere Bocconi sempre più accessibile per quanti hanno merito e capacità, indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza.

«Non avendo scopo di lucro – spiega Billari, nel giorno in cui avviene l’inaugurazione dell’anno accademico 2026/2027 – senza la filantropia avremmo molte meno possibilità per sostenere gli studenti, investire in ricerca e migliorare il campus. Non a caso, tutte le maggiori università del mondo dedicano una grande attenzione a questa attività di fund raising: l’obiettivo al 2030 è arrivare a 200 milioni».

Come si convincono i privati a donare ?

Credo che sia fondamentale far toccare con mano ciò che si finanzia, l’impatto di ciò che fanno. Sia che si tratti di borse di studio per i ragazzi, oppure laboratori o cattedre o ancora centri di ricerca. Non si tratta di risorse indirizzate in modo vago in qualche fondo ma di attività visibili, concrete e rendicontate.

Alla luce dei cambiamenti del contesto esterno come sta cambiando la vostra ricerca?

Diventa sempre più interdisciplinare e in generale ci poniamo sulla frontiera dello sviluppo su più fronti, non soltanto nell’intelligenza artificiale. Stiamo ad esempio aprendo un dipartimento di scienze cognitive, un centro di ricerca sulla valutazione di impatto delle politiche pubbliche con la Fondazione Invernizzi e una cattedra dedicata all’imprenditorialità grazie alla fondazione Merloni. Se tradizionalmente in passato qui si formavano soprattutto manager o consulenti, ora sempre più guardiamo anche alle nuove imprese, alle start up.

Quale ruolo deve ambire ad avere oggi l’università nella crescita culturale del Paese ?

Dovrà diventare sempre più centrale, come di fatto sta avvenendo. Anche se in termini relativi siamo indietro rispetto ad altri paesi, è un fatto che i numeri degli iscritti siano arrivati a livelli record, in Italia come nel resto del mondo. Certo, la strada da percorrere è lunga, se pensiamo che in Cina in media il 70% dei 24enni ha un titolo di laurea.

Mentre nel mondo crescono le spinte autoritarie, le Università in che rapporto si pongono con la democrazia ?

Ne rappresentano un baluardo, con la loro capacità di affinare il pensiero critico, che rende le persone più consapevoli e meno inclini ad accettare facili slogan. Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione, sosteneva giustamente che la democrazia si costruisce proprio qui, sui banchi di scuola. Ecco perché è un bene che le università siano centrali e non a caso, chi non ama la democrazia spesso di questi tempi attacca proprio scuola e università. Ecco, a maggior ragione, perchè la filantropia è importante, un modo per consentire a tutti di studiare e raggiungere le migliori opportunità.

Guardando all’universo dei giovani in Italia vi sono due temi rilevanti: da un lato l’inverno demografico, che riduce le nascite, dall’altro il trasferimento all’estero. Cosa la preoccupa maggiormente ?

Sulla demografia occorre attivare leve politiche di lungo periodo, perché si tratta di trend non facilmente reversibili. I 355mila nati nel 2025 sono più o meno i neo-iscritti alle università. Il che significa che per mantenere questi numeri, tra 18-19 anni dovremmo avere il 100% di questi neonati indirizzarsi verso gli atenei, una percentuale impossibile da raggiungere. Ecco perché dobbiamo concentrarci anche sull’attrazione di giovani dall’estero. Non sono tanto preoccupato delle esperienze oltreconfine dei nostri ragazzi, che anzi sono fondamentali nel loto percorso di crescita, ma nel fatto che poi in molti casi non ritornano. E ad ogni modo, i flussi in uscita non sono compensati da quelli che arrivano.

Anche in questo senso le università italiane possono giocare un ruolo in termini positivi?

Certamente. E infatti i paesi che attraggono maggiormente ragazze e ragazzi con titolo di studio elevato, penso a Stati Uniti, Germania o Francia, sono quelli che hanno grandi aziende e grande attenzione ai laureati. L’Università deve diventare un modo per essere attraente come Paese. Il modello Bocconi può essere esteso, creando di fatto un ambiente internazionale senza la necessità di cercarlo all’estero: al primo anno delle nostre triennali quasi i due terzi delle domande provengono dall’estero. Così come dall’estero viene quasi la metà dei nostri nuovi docenti. Spesso, a proposito di fuga dei cervelli, si tratta di italiani che rientrano da un’esperienza oltreconfine, e anche per questo siamo soddisfatti dei risultati.

 

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