
Decine di migliaia di persone a New Delhi chiedono la testa del capo della Commissione elettorale dopo la revisione delle liste. Il bersaglio ufficiale è Gyanesh Kumar, ma negli slogan c’è soprattutto il premier Modi. Gandhi: «È alto tradimento»
NEW DELHI – Decine di migliaia di manifestanti domenica sono tornati a occupare le strade di New Delhi per chiedere le dimissioni e la messa in stato d’accusa del capo dell’Election Commission of India, ma anche per dar voce alla propria rabbia nei confronti del governo guidato dal primo ministro Narendra Modi.
La revisione delle liste elettorali ha portato alla cancellazione di oltre 130 milioni di nominativi. Si tratta in parte di cittadini deceduti o presenti contemporaneamente in due elenchi dopo essere emigrati in cerca di lavoro, e in parte di persone che si sono viste cancellare il nome senza apparente motivo.
«Sono una di quelle il cui nome è stato tolto dalle liste elettorali senza una ragione», spiega Achalka Yasin, una traduttrice di 67 anni che si è sentita in dovere di partecipare alla protesta non solo per se stessa ma anche per gli altri. «Riconquistare il mio diritto di voto ha richiesto tempo e risorse che la maggior parte dei miei concittadini non ha. È un processo complesso, del tutto fuori dalla portata di chi è povero e senza istruzione».
Intervenendo alla manifestazione, il leader dell’opposizione Rahul Gandhi ha detto che la cancellazione dei nominativi dalle liste elettorali «è un furto della voce di ogni singolo cittadino indiano. È il furto del diritto di espressione di ogni cittadino. È un atto di tradimento nei confronti della nazione. È alto tradimento».
I critici del governo sostengono che l’operazione condotta dalla Commissione elettorale sia motivata da ragioni politiche, rischi di privare del diritto di voto milioni di persone e colpisca in modo sproporzionato i segmenti più svantaggiati della società, in particolare la minoranza musulmana, una comunità tradizionalmente vicina al principale partito d’opposizione, l’Indian National Congress della famiglia Gandhi e frequentemente attaccata dai membri del Bjp, il partito induista nazionalista del primo ministro Modi.
Alcuni giorni fa Human Rights Watch è intervenuta, sottolineando che le accuse contro la Commissione elettorale sollevano «seri [...]

