
La Commissione Elettorale indiana è al centro di una controversia senza precedenti, con membri che contestano decisioni unilaterali e opposizioni che accusano il governo di manipolare le liste elettorali per escludere milioni di elettori
NEW DELHI – Il governo guidato dal primo ministro Narendra Modi è nuovamente sotto pressione dopo che, in seguito a un’inchiesta giornalistica, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni del Chief Election Commissioner nominato dall’esecutivo. Secondo quanto riporta l’Indian Express, negli ultimi 10 mesi gli altri due membri dell’Election Commission of India avrebbero obiettato almeno 14 volte contro decisioni e ordini impartiti senza essere stati consultati.
Il periodo in cui si è consumata la spaccatura senza precedenti in seno a quello che per decenni è stato uno degli organismi più rispettati della democrazia più popolosa del pianeta è cruciale, perché è coinciso con la cancellazione dalle liste elettorali di 130 milioni di nomi, talvolta per «discrepanze logiche» come difformità nello spelling dei nomi, un’eventualità non rara in un Paese con 22 lingue e 13 alfabeti ufficiali.
L’attuale Election Commission of India è guardata con sospetto dalle opposizioni, perché – contrariamente a quanto raccomandato dalla Corte Suprema – è stata nominata a maggioranza da un panel composto dal capo del governo, uno dei suoi ministri e il leader dell’opposizione. La Corte Suprema aveva chiesto che la nomina spettasse al premier, al capo dell’opposizione e al Chief Justice of India.
L’attuale Chief Election Commissioner Gyanesh Kumar è stato al centro di polemiche anche lo scorso anno, in seguito alle accuse di brogli mosse dal leader dell’opposizione Rahul Gandhi. Kumar è stato criticato per essersi rifiutato di rispondere nel merito alle gravi accuse come sarebbe stato lecito attendersi da un civil servant, ma aver invece contrattaccato, usando toni e temi non dissimili da quelli impiegati dai membri della maggioranza di governo.
Ciclicamente la Commissione elettorale aggiorna l’elenco degli aventi diritto. Le revisioni degli ultimi mesi sono state insolitamente controverse perché sono avvenute a ridosso di importanti elezioni locali, non hanno ritenuto validi documenti d’identità emessi dallo stesso Stato indiano e hanno spostato l’onere della prova sui cittadini, portando così a decine di milioni di cancellazioni.
«Sto dicendo chiaramente alla Election Commission e ai funzionari elettorali che quello che state facendo è sbagliato», ha detto mercoledì Gandhi alla Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano.
La Commissione elettorale ha negato l’esistenza di divisioni al suo interno, affermando che tutte le decisioni, comprese quelle relative alla revisione delle liste elettorali, sono state adottate all’unanimità. «Punti di vista e osservazioni differenti rappresentano una componente normale del processo deliberativo in qualsiasi istituzione», ha dichiarato la Commissione in un comunicato.
Nei mesi scorsi i partiti di opposizione hanno ripetutamente accusato il governo guidato dal Bharatiya Janata Party (Bjp) di aver manipolato il processo elettorale, eliminando dalle liste soprattutto poveri e musulmani, due categorie che tendono a votare contro il partito di Modi, che storicamente ha la sua base elettorale nei ceti medio-alti di fede induista. Il Bjp, che negli ultimi anni è riuscito ad allargare il suo appeal elettorale anche alle fasce più svantaggiate della popolazione, ha sempre respinto le accuse.
La revisione delle liste elettorali è diventata una questione politicamente esplosiva in occasione delle vittorie nelle recenti elezioni locali che hanno visto il predominio del partito di Modi. In vista delle elezioni in West Bengal dello scorso aprile, circa 9 milioni di elettori sono stati rimossi dai registri elettorali prima del voto. Successivamente, per la prima volta nella sua storia, il Bjp ha conquistato lo Stato con una vittoria schiacciante.
Una revisione analoga delle liste elettorali era stata condotta anche in Bihar nel 2025, consultazione anch’essa vinta dal Bjp e dai suoi alleati regionali. Nonostante le controverse modalità della revisione e il fatto che i risultati abbiano premiato i partiti di maggioranza, tra gli analisti politici non c’è identità di vedute sull’effettiva influenza del processo sui risultati elettorali.
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