Instagram, stretta sui profili artificiali: cosa cambia (e cosa no)

L’etichetta «AI Creator» diventa «AI-generated profile»: chi non si dichiara rischia l’esclusione dai sistemi di raccomandazione

Instagram ha deciso di mabiare le regole del gioco sui profili generati con l’intelligenza artificiale. Da qualche giorno l’etichetta che finora i creator erano invitati ad applicare volontariamente – «AI Creator» – viene sostituita da una dicitura più esplicita, «AI-generated profile», pensata per rendere immediatamente riconoscibile un profilo che raffigura una persona non reale. Lo ha annunciato Meta in una nota ufficiale pubblicata sul blog per i creator, spiegando che l’obiettivo è colmare un disallineamento avvertito dagli utenti: scoprire, spesso troppo tardi, che un profilo dall’aspetto umano era in realtà interamente sintetico.

Fino a oggi la dichiarazione era rimessa alla buona fede del creator; da domani chi non etichetterà correttamente il proprio profilo artificiale subirà una “penalizzazione algoritmica”, in pratica un ridimensionamento sostanziale della visibilità: i profili non dichiarati e individuati dai sistemi di rilevamento di Meta verranno esclusi dalla sezione Esplora, dai Reel e, più in generale, da tutti i meccanismi di raccomandazione automatica della piattaforma. Non un ban, ma una penalizzazione. Meta prevede due strade per uscire da questa condizione: applicare retroattivamente l’etichetta, oppure presentare ricorso attraverso la sezione Account Status, nel caso in cui il sistema abbia commesso un errore di classificazione.

C’è poi un distinguo che l’azienda tiene a marcare con chiarezza: la misura riguarda esclusivamente i profili che raffigurano una persona generata dall’AI, non i creator umani che si limitano a utilizzare strumenti di intelligenza artificiale nel proprio processo creativo. Questi ultimi non sono tenuti ad alcuna etichettatura aggiuntiva.

Sulla carta, si tratta di un passo avanti verso una maggiore trasparenza, in linea con la direzione intrapresa negli ultimi dodici mesi da YouTube, TikTok e dallo stesso Meta su Facebook e Instagram, dove le etichette “AI info” vengono già applicate ai contenuti che recano metadati di provenienza sintetica o dichiarazioni volontarie dei creator.

Se sia una misura sufficiente a contrastare l’invasione massiva sui social di contenuti Ai generated gli osservatori rimangono scettici. Un nodo messo a fuoco anche da un’inchiesta di The Verge: l’etichettatura, per quanto più severa, resta uno strumento strutturalmente parziale. Le piattaforme continuano a rifiutarsi di offrire agli utenti un filtro reale, un semplice interruttore che permetta di escludere dai propri feed tutto ciò che è stato marcato come sintetico. Interpellate da The Verge, TikTok e Spotify non hanno risposto, Google ha dichiarato di non avere nulla da comunicare e Meta non ha fornito un commento attribuibile.

Il sospetto, piuttosto legittimo, è che l’assenza di un filtro realmente efficace sia una scelta implicita. Un filtro che funzionasse davvero rischierebbe di svuotare i feed. In una situazione dove gli utenti pubblicano sempre meno (una ricerca americana lo conferma, gli americani si stanno progressivamente allontanando dai social media, con il 55% degli intervistati che ha dichiarato di pubblicare meno contenuti ora rispetto a cinque anni fa), i contenuti generati dall’intelligenza artificiale sono una fonte in grado di garantire un flusso costante di nuovi contenuti. Non è un caso che la stessa Instagram scelga di punire chi genera interi profili fittizi lasciando fuori dal perimetro chiunque utilizzi l’AI come strumento di produzione. E’ una distinzione di sostanza, perché è quest’ultima categoria – molto più ampia e molto meno controllabile – a garantire il volume di contenuti di cui il sistema ha bisogno per restare vivo.

Il tema, del resto, non è nuovo nell’agenda interna delle piattaforme. Il capo di Instagram, Adam Mosseri, ha riconosciuto pubblicamente che l’autenticità sta diventando una risorsa scarsa, mentre il CEO di Google, Sundar Pichai, ha ammesso in un’intervista recente l’esistenza di una quantità crescente di contenuti sintetici di bassa qualità, invitando gli utenti ad «adattarsi». Un’ammissione che, letta in controluce rispetto alla stretta di Instagram sui profili artificiali, la dice lunga sulla contraddizione in cui si muovono queste aziende: da un lato dichiarano di voler tutelare l’autenticità, dall’altro monetizzano dagli stessi strumenti che la erodono, come la spazzatura AI generata da content farm specializzate. Sullo sfondo rimane concreto il rischio che la produzione culturale online continui ad appiattirsi, rendendo i social ancora meno interessanti di quanto già non siano oggi.

Articoli correlati